(Sicilia 1377 circa– Riccia, Molise
1424?), regina di Napoli ripudiata
Le parole del conte suo
padre la lasciano meravigliata e confusa. Per la prima volta nei suoi nove anni
di vita, l’ha fatta chiamare nella grande sala delle cerimonie del sontuoso
palazzo palermitano, al cospetto di tutta la famiglia, per annunciarle la lieta
novella: sarà regina, regina di Napoli.
Una girandola di pensieri si accavallano nella sua mente. Cosa vuol
dire? Deve piangere? Essere contenta?
Anche i fratelli, Andrea e Filippo, in genere così avari di complimenti,
l’abbracciano felici, augurandole numerosa prole. Per Manfredi III di Chiaromonte,
conte di Modica e di Malta, ammiraglio e vicario generale del Regno di
Trinacria, è stato un grande onore ricevere la richiesta di matrimonio da
parte del 12enne Ladislao d’Angiò Durazzo,
che il 7 marzo del 1387, dopo la
morte del padre Carlo III, è diventato re di Napoli. La regina madre Margherita, che fa le veci del figlio,
aspettando la sua maggiore età, e che conosce le fortune del Conte di Modica
signore di gran parte della Sicilia, ha, infatti, mandato gli ambasciatori a
Palermo a trattare il matrimonio tra la bella Costanza e il figlioletto
Ladislao per cercare di salvare, con i soldi della dote, il suo traballante
trono. Il siciliano, discendente come i
Durazzo dalla stirpe capetingia dei re di Francia, ha acconsentito, anche
perché spera con questa alleanza di avere l’appoggio dell’armata durazziana per
conquistare successivamente tutta la Sicilia.
La giovinetta aspetta di
essere congedata prima di gettarsi, in lacrime, tra le braccia della mamma.
Ha appena nove anni e la
proiezione del suo futuro è solo quella che può vedere una bambina di quell’età
che nei giochi si è mille volte
immaginata regina. Ma ora non è più una finzione, deve abbandonare tutto per
andare a vivere in un paese lontano con quel ragazzino, dall’aspetto caparbio,
che ha visto solo nel ritratto portato dagli ambasciatori di Margherita
Durazzo.
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Re Ladislao Durazzo e gli Angioini |
Costanza è stata educata
al rispetto delle rigide regole di corte. Non può, quindi, piagnucolare come
una bambina capricciosa, e deve capire che con quel matrimonio avrà diritto al
rispetto di tutta la sua casata. L’apparente freddezza dei sentimenti tenuti
nei suoi confronti da parte dei famigliari le consentono, ora, di lasciare il
suo mondo senza guardarsi indietro. Per addolcire questo brusco distacco, la
sua balia, che l’ha vista nascere, e sei ancelle la seguiranno e la serviranno
nella sua nuova vita.
A prelevarla per
accompagnarla a Gaeta, la Regina Margherita invia a Palermo il viceré di Ladislao, accompagnato dal Principe di Riccia e da
molti altri baroni e cavalieri,
mirabilmente accolti e onorati per vari giorni con grandi festeggiamenti dal
conte di Modica. Finiti i quali, Costanza parte dalla sua bella isola – e non
sa che non vi farà più ritorno – una bella giornata di settembre del 1389.
Viene scortata, insieme ai dignitari napoletani fino al porto, dove l’aspettano
quattro galee cariche di ogni ben di Dio: la ricca dote che porta in dono al
re, e che Manfredi di Chiaromonte ha scrupolosamente selezionato perché non
vuole sfigurare con il futuro genero.
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Palazzo Steri in un disegno del '700 |
La traversata è felice, un
leggero vento di ponente ha spinto le imbarcazioni verso la meta. Al largo di
Gaeta le viene incontro un bastimento con re Ladislao a bordo. E’ molto più
bello del ritratto, la saluta con un inchino, le sorride e, dopo aver baciato
un fiore, glielo lancia. Con questo gesto
galante Ladislao si conquista l’eterna fedeltà di Costanza.
Appena attraccate le galee
al molo, è accolta dalla regina Margherita e dai suoi dignitari. Poi si forma un corteo che esibisce per le
vie di Gaeta la ricca dote della sposa, caricata su carri. Costanza comincia a
capire cosa vuol dire essere la figlia di Manfredi conte di Modica, possessore
di buona parte della Sicilia e da un anno anche dell’isola di Gerba (Djerba). I
popolani rimangono abbagliati da tanto lusso. A ricordo dei gaetani non s’è mai
visto nulla di simile: i tappeti, gli arazzi, l’argenteria finissima, il
vasellame dai colori sgargianti, le gioie, il corredo, i quadri, i vasi enormi
colmi di derrate, le stoffe raffinate.
Lei, bellissima, esile, dall’incarnato chiaro, si comporta come una vera
regina, sorridendo a tutti, e tutti l’acclamano festanti.
I grandiosi festeggiamenti
organizzati da Margherita, che non vuole essere da meno del siciliano, si
protraggono per un’intera settimana e poi, per
Costanza, comincia una nuova vita dove le è difficile capire certe cose.
Per esempio, perché Ladislao vive a Gaeta e non a Napoli dov’è la capitale del
suo regno? Perché alla recente notizia della morte del Papa hanno tutti
giubilato, come se a lasciare questa vita fosse stato un vile plebeo e non un
sant’uomo? Perché il loro matrimonio non si è ancora celebrato? Quando sta con
lei re Ladislao preferisce giocare o
andare a cavallo. La Regina Margherita è
inavvicinabile, sempre circondata dai cortigiani, sempre a dare ordini, a fare
piani. Costanza si rende conto ben presto che per comprendere le cose di corte
può contare solo sulle ancelle e l’adorata balia Rosalia. E Rosalia le spiega con pazienza che i
Durazzo sono stati cacciati da Castel dell’Ovo da Luigi II d’Angiò, ma che
Margherita sta preparando un’armata per riconquistare il trono. A comandare
l’armata sarà messer Alberico di Cunio.
«Non è vero che hanno
gioito alla morte di papa Urbano VI
– sostiene Rosalia – ma si sono rallegrati dell’elezione di
Bonifacio IX, perché il napoletano Pietro Tomacello, questo il suo nome, è il
protettore di re Ladislao, che Dio lo benedica. Anzi, vedrai mia regina –
aggiunge la balia – grazie a questo papa tu e il re vi sposerete presto perché
l’altro papa si è opposto al vostro matrimonio, troppo picciotti fustivo».
Infatti, l’11 maggio 1390
il Papa invia a Gaeta il Cardinale Angelo Acciaiuolo di Firenze per celebrare le nozze. Ladislao
di appena 14 anni e Costanza di anni 10 sono
solennemente incoronati nel Duomo
della Città. Si dà lettura anche della Bolla di investitura del Reame.
Per Costanza cambia ben
poco dopo la cerimonia dell’incoronazione ufficiale e del suo matrimonio. Come
regina è circondata da cortigiane che mendicano le sue attenzioni, mentre
vede raramente il suo sposo e la regina
madre. Le notizie delle battaglie per riconquistare il trono di Napoli che le
giungono non sono rassicuranti. La strategia di Messer di Cunio per
attaccare le milizie sanseverinesche di
Luigi II d’Angiò avrebbe fallito. Infatti, secondo quanto le è stato
raccontato, non solo i durazziani, che in un primo momento sembravano favoriti
nella battaglia, si sono fatti sconfiggere da Tommaso ad Ascoli, ma addirittura
gli angioini hanno fatto prigionieri tutti i capitani di Ladislao.
La conferma di queste voci
per una volta le viene dallo stesso re. Sembra prostrato, quasi in lacrime.
«Quei briganti degli angioini chiedono un riscatto enorme per liberare i miei
uomini d’arme», dice. «Serviranno tutti i soldi del tesoro reale. E poi in
questa battaglia Luigi II D’Angiò si è
preso pure i possedimenti di Castel
Sant’Elmo e Castelnuovo». Costanza non
sa come consolarlo. «Sire – dice – mio signore, non vi preoccupate, posso
chiedere al conte mio padre, sono sicura della sua grande generosità, ci aiuterà
di sicuro».
Ma dalla Sicilia le
giungono terribili notizie. In un periodo in cui bastano poche terre per fare
un regno, e ognuno complotta, intriga e s’allea per difendere con le unghie e
con i denti i propri possedimenti, anche il conte Manfredi si trova in grandi
difficoltà. Dalla morte di re Federico
III nel 1377, che ha lasciato erede la figlia quindicenne Maria, l’isola è in preda ai disordini e vede
contrapposti i capi della nobiltà catalana e quelli detti di “razza latina”
capeggiati dal Chiaromonte. Essi, infatti, mirano al rapimento della ragazza
che, per testamento, deve rimanere fino ai 18 anni sotto tutela. La fuitina, permetterebbe, invece, il
matrimonio e, quindi, la corona dell’isola al rapitore.
Il progetto, tentato anche
da altri, riesce però a Martino il giovane, discendente di Pietro IV d’Aragona,
che fa prelevare la regina e la porta al sicuro a Cagliari e poi a Barcellona
abbandonando la Sicilia all’anarchia.
Siamo alla fine del 1390 e
il Chiaromonte muore proprio mentre sta contrastando i piani di Martino.
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Palazzo Steri a Palermo |
Nel momento in cui
Costanza piange la morte del padre, arrivano altre notizie ancora più
spaventose. Andrea e Filippo, i due fratelli, sono morti, e i beni della
famiglia sono stati confiscati da Martino, che è riuscito nel suo intento di
sposare Maria facendo piazza pulita di tutti i suoi rivali, grazie anche
all’aiuto del padre. Andrea di Chiaromonte, subentrato al padre nei feudi, infatti, è stato accusato di complotto e
giustiziato per questo davanti al suo palazzo, mentre Filippo alla notizia
dell’esecuzione del fratello si è gettato in mare da una rupe con il proprio
cavallo.
La regina-bambina non solo
piange la morte dei propri cari e la perdita delle sue fortune, ma deve
sopportare la suocera che la maltratta. Margherita, infatti, è furiosa perché
oltre ad aver dissipato tutta la dote della siciliana in una guerra onerosa e
inutile, ora non sa più a chi chiedere aiuto dopo che i beni del casato di Chiaromonte
sono stati tutti confiscati.
A Costanza non è
risparmiato proprio nulla, perché è Ladislao a darle il colpo di grazia a due
anni appena dal loro matrimonio. Il re, probabilmente convinto dalla madre che
spera in un nuovo sposalizio, ha deciso di ripudiarla. La fanciulla non ha più
protezione, non ha più nulla da offrire. Inoltre, per togliere qualsiasi
scrupolo al figlio, la scaltra Margherita fa correre la voce che la vedova di
Chiaromonte, Eufemia Ventimiglia (mamma di Costanza) se la intende con re Martino.
Papa Bonifacio IX, a cui
Ladislao si è rivolto per perorare la sua causa, non solo accoglie la richiesta
del suo pupillo di ripudiare Costanza, ma gli offre anche un’ingente somma di
danaro per continuare la guerra contro Luigi II.
Sono già quattro volte che
la fanciulla cerca di leggere la bolla Papale, ma le lacrime non le consentono
di decifrare i segni grafici sulla pergamena. Margherita, che l’ha fatta
chiamare, indispettita, le strappa il foglio di mano e le dice: «Qua c’è scritto
che il matrimonio è stato annullato perché non consumato. E poi, afferma anche
che mio figlio il Re non ti poteva sposare perché l’11 maggio 1390 non era
ancora maggiorenne. Capisci, scimunita - le dice la Regina madre Margherita -
lo sai cosa vuol dire non consumato? Che non avete fatto all’amore, che non sei
stata capace di farlo. Per cui, lo dice anche il Papa che oggi in cattedrale ti
ha fatto togliere l’anello dal vescovo, non siete mai stati sposati E ora, vattene da quella sgualdrina di tua
madre, vedrai che lei te lo saprà spiegare cosa vuol dire fare all’amore».
Seduta davanti al camino
la giovane è assorta nei suoi pensieri. L’unica stanza dove, dopo il divorzio,
dovrà vivere con la balia e le sue ancelle, è nera di fuliggine. Pochi ceppi
ardono nel camino. La casetta che le è stata assegnata dalla regina è un
tugurio non molto lontano dal castello. «E’ tutta colpa mia, dovevo giacere con
Ladislao», pensa. «Che
sfortuna, certo il re come poteva tenermi se non ho più nulla da offrirgli».
Cacciata da Margherita, è
Rosalia che prende in mano la situazione. Per fortuna, almeno una parte del
corredo della siciliana, in un atto di ira,
è stato buttato dalla finestra dalla regina Madre. Le ancelle e la balia
lo hanno subito raccolto e portato nella nuova dimora. Grazie alla vendita di
quello e ai lavori di ricamo che riescono a fare, le quattro donne sopravvivono
a stento. Costanza non si tira indietro, sempre gentile, sempre servizievole. A
vederla, così bella, soave, che ricama
con tanta attenzione per le ragazze del paese, lascia tutti meravigliati. Da
quella bocca non esce mai un lamento, mai un’accusa. Ben presto, l’accettazione
di un destino così avverso le attira l’ammirazione della gente che comincia a
criticare Margherita, giudicandola troppo cattiva nei confronti della nuova.
Una situazione che crea imbarazzo alla vecchia regina.
Costanza non lo sa, o non
vuole saperlo, ma un bel ragazzo, che ha la stessa età del re, quando si reca a
palazzo reale allunga sempre la strada per passare davanti alla sua casa con il
cavallo. Fa finta di controllare gli zoccoli dell’animale proprio di fronte
alla porta del tugurio di Costanza, cercando di sbirciare per incrociare il suo
sguardo, ma la siciliana non transige, lei è stata e sarà sempre la moglie di
Ladislao. Questa manovra, invece, non
passa inosservata alla gente che riferisce a corte. Sono trascorsi tre anni dal
ripudio e Ladislao, che grazie ai finanziamenti del Papa è riuscito a risollevare
le sorti del suo zoppicante regno,
decide, per fermare le voci malevoli, di sistemare la sua ex moglie, dandola in
sposa ad un ricco aristocratico. Non
deve cercare molto perché quel ragazzo che si è invaghito della bella e onesta
Costanza è Andrea, primogenito del Principe di Ricca e IV Conte di Altavilla, suo intimo amico dall’infanzia.
Costanza ha ormai 15 anni
e per lei questo matrimonio è la cosa peggiore che le potesse capitare perché
ora è sicura che Ladislao non la vuole davvero più.
Le nozze saranno celebrate
a Gaeta il 7 ottobre 1396 (vedi note). Per Ladislao, invece, questo sposalizio
è una vera liberazione. Per tacitare la coscienza e sentirsi totalmente a posto
nei confronti della siciliana, ma anche saldare un debito di riconoscenza con i
de Capua, assegna alla “zita” una dote di trentamila ducati.
E’ difficile far capire a
Costanza che per lei questo matrimonio è invece una grande fortuna. Le sue
ancelle hanno cercato di farla ragionare, di farle intendere che non deve più
pensare a Ladislao e che deve, invece, riconoscenza al Principe Andrea che l’ha
tolta dalla miseria.
Ma Costanza ha un grosso
peso sul cuore e ci tiene a dirlo ad Andrea; poi si affida alla volontà di
Dio. Infatti, appena montata sul cavallo
che la porterà a Capua, a rendere omaggio al padre dello sposo, Luigi de Capua,
scortata da Baroni e Cavalieri, davanti ad una moltitudine di gente accorsa per
salutarla, la siciliana si sfoga: «Andrea
di Capua, tu puoi tenerti il più avventurato Cavaliero del Regno, poiché avrai
per concubina la moglie legittima di Re Ladislao tuo Signore». Poi, nella
commozione generale, scoppia in lacrime.
Nella città napoletana, a
palazzo Marigliano, Andrea e Costanza dimorano per due anni, fino a quando un
colpo di bombarda toglie la vita a Luigi de Capua e fa succedere il figlio
primogenito Andrea nei titoli e nei feudi che egli possedeva.
Sopite le delusioni e le
amarezze, la moglie di Andrea de Capua, Principe di Riccia, conte di Altavilla,
arriva regale nel Molise su una carrozza scortata da molti baroni a cavallo, in gran lusso
d’abiti e d’armi. La fama l’ha già preceduta: bella, giovane, intelligente e
irreprensibile. E’ una limpida giornata di maggio, tutta la campagna è un
tripudio di colori, ad accoglierla un tappeto di rose e la popolazione festante
che aspettava questo avvenimento da mesi. Le nobili damigelle di Riccia di casa
Sedati la baciano accarezzando i suoi
abiti sontuosi. A lei, che è stata regina per due anni, che ha vissuto i fasti
di una corte lussuosa in Sicilia, non sembra posto più bello per vivere. L’affetto
e la gioia sincera della gente la commuovono. Troppo brutti sono stati gli anni
della sua adolescenza. Tanti giochi di potere si sono fatti sulla sua testa e
lei, ora, anche se per maturità supera abbondantemente i suoi 17 anni, aspira a
una vita fatta di sentimenti veri, duraturi. Riccia le sembra la sua oasi, il
rifugio dove aspettare l’irrequieto marito.
Panorama di Riccia |
La nascita di Maria, poco
dopo l’arrivo a Riccia, sancirà la fine dei suoi patimenti. Nemmeno la notizia
dell’imminente matrimonio di Ladislao la ferisce più.
Una sola notizia le fa
sobbalzare il cuore: Re Martino, spinto
dal pontefice, reintegra nei feudi
gli Ottimati siciliani dichiarati ribelli.
C’è dunque una possibilità per lei di ritornare in possesso dei suoi beni in
Sicilia, in particolare di palazzo Steri a Palermo, dove ha trascorso gli anni
più belli della sua vita. Purtroppo non ottiene nulla, poiché è stata moglie prima e vassalla poi di
un re nemico degli Aragonesi.
Dopo questo ennesimo
smacco, la virtuosa principessa si rinchiude nel castello di Riccia,
dedicandosi ai suoi doveri di madre e occupandosi dei suoi vassalli, cercando
di lenire le loro sofferenze e di soccorrere i più miserevoli. Non ha nemmeno
voluto seguire Andrea, governatore della Terra d’Otranto, preferendo la vita
tranquilla del piccolo borgo molisano ai suo palazzi sia di Napoli che di
Altavilla.
Ladislao muore il 6 agosto
1414, dopo quattro giorni di terribile
agonia, senza eredi, assistito solo dalla sorella Giovanna II, probabilmente
vittima della sua sfrenata vita
sessuale. Ma lei riesce ad avere
unicamente parole di perdono e di pietà per l’uomo che l’ha ripudiata.
Nel 1418 nasce il
secondogenito Luigi e, circa due anni dopo (1420 o 1421, le date non
concordano), muore anche Andrea. La figlia Maria è maritata nel 1422, dopo la morte del padre, a
Francesco Cantelmo conte di Popoli. Rimasta vedova, conclude un successivo
matrimonio con Baldassarre della Ratta, Conte di Caserta.
Costanza sopravvive al
marito pochi anni.
La sua morte lascia la popolazione di Ricca nello
sconforto. Scompare la loro benefattrice, la gentile principessa che ha saputo
confortarli, aiutarli e difenderli. I suoi vassalli seguono il feretro con
devota commozione e profondo dolore.
Sia Costanza di
Chiaromonte che il Principe Andrea De Capua sono sepolti nella cappella
gentilizia di Riccia, accanto al corpo di Luigi De Capua. Il pronipote Bartolomeo III erige loro un
monumento per eterno ricordo.
A Riccia questa gentile
figura di donna ha ispirato molti poeti del luogo. Tra questi, Costantino
Fanelli che nel 1858 scriveva:
Su
quella tomba de l’oblio coperta
La
pietosa raccolsi ala del canto,
Che’ su
la terra non vi fu più esperta
Donna
d’amore immenso e immenso pianto
Di
colei che vi dorme già diserta,
Polverosa
stanca dal dolor più santo;
E spira
dalla pietra ov’è serrata
Quella
pietà che le fu un dì negata.
Alfonso Amorosa scriveva
nel 1862:
La
bella figlia di Manfredi. Oh! Quale
A lei
malinconia lo scarno viso
Velava;
il tetto rammentando, in cui
Piccola
crebbe fra i materni vezzi
E il
tripudio d’ingenue fanciullette.
Oh!
Quante volte se la strinse al petto,
Inebriato
di letizia di padre!
Sposi
felici! Inconsci dell’immenso
Dolor
che inesorabile destino
Alla
prole serbava.
©Barbara Bertolini 2014, tutti i diritti riservati
Note:
Per romanzare questa storia mi sono ispirata a quanto
scritto nel “Diario dell’ambasciata
castigliana alla corte di Tamerlano (1403-1406), a cura di Anna Soinelli”. Gli
ambasciatori erano, infatti, arrivati a
Gaeta qualche anno dopo il ripudio di Ladislao, quando tra il popolo era ancora molto vivo il
ricordo di Costanza e del crudele
trattamento fattole subire dalla Regina madre, Margherita di Durazzo. Tra
l’altro, nel diario, gli ambasciatori osservavano, malignamente, come Costanza fosse stata
ripudiata, secondo quello che gli era stato detto a corte, perché non aveva
dato figli a Ladislao, mentre, appena sposata al Principe di Riccia, aveva subito generato. Ladislao di Durazzo,
per la cronaca, è morto senza lasciare figli.
Il
nome di Costanza l’ho scritto in due modi diversi perché nei vari documenti si
trova sia Chiaromonte che Chiaramonte. Sulle lapidi, fatte incidere dal pronipote Bartolomeo De Capua, che si trovano sia nella
chiesa del Beato Stefano di Riccia, tomba dei due coniugi Andrea e Costanza, e
a Palazzo Marigliano di Napoli, il nome è “Costanza di Chiaromonte”.
Trascrivo
qui la lapide di Riccia:
ANDREÆ DE CAPUA COMITI
ALTAVILLÆ
YNDRUNTINE REGIONIS PRO
REGI LAUDATIS,
HUNC ADEO DIVUS LADISLAUS SICIL. REX
OB SINGULAR. ANIM. ET CORP. DOTES DILEXIT
UT EUM EX OMNIBUS REGNI PROCERIBUS
COSTANTIÆ DE CLAROMONTE SICIL. ORIUNDE
FORM. ETAT. AC GENERIS NOBILITAT. PRESTANT.
AMPLISSIMA DOTE VIRUM DELEGERIT
QUI SECUM HIC UNA DORMIUNT
BARTHOLOMEUS III COMES ALTAVILLÆ
SEPULCRÛ HOC
OFFICIOSISSIME POSUIT I D.»
Per
la data del matrimonio tra Costanza e il principe di Riccia, gli storici
avevano ritenuto fin ad ora come probabile quella del 16 dicembre 1395 nel
Duomo di Gaeta, mentre un documento, portato alla luce di recente dallo storico
di Riccia, Antonio Santoriello, posticipa
questa data al 7 ottobre 1396. Infatti, nel
documento, tratto dai Libri de’
Matrimoni della Famiglia de Capua, trascritti a metà del ‘600 da Giovan
Giacomo De Transo e pubblicati nel 1892 da Angelo Boccoli, vi si legge:
“Andrea
de Capua 4° Conte di Altavilla a 7 di ottobre 1396 si casa con intervento del
Conte Loise suo padre, et legittimo administratore. Il Re li promette per le
doti sub regali verbo 30 mila fiorini d’oro da pagarseli fra un anno dopo la
recuperatione della città di Napoli, con condizione che si avante la detta
recuperatione devolvesse alla sua Corte, qualche Città, Terra o Burgensatico,
se li dia per giusto prezzo in conto di detta dote, et fra tanto se li
promettono annue onze 220 cioè 120 sopra l’entrate di Gaeta, et 100 sopra
l’entrate di Capua, et li promette per maggior cautela darle in pegno la Terra
nominata la Gonessa della Provincia d’Apruzzo, et detto contratto fu stipulato
in Gaeta per Notaio Antonio Saracino a 29 Ottobre 1396”.
Fonti:
Amorosa
B., Riccia nella Storia e nel Folk-lore,
Stab. Tip. Nicola de Arcangelis, Casalbordino 1903
Cianci
di Sanseverino, Costanza di Chiaromonte,
Napoli, Edizione Cimento, 1955;
Cutolo
A., Re Ladislao d’Angiò Durazzo,
Arturo Bersino Editore, Napoli 1969
Ammirato
S. Delle famiglie nobili napoletane,
, vol. I, ristampa anastatica, Forni edit., 1973
Fodale
S., voce Costanza Chiaramonte, DBI,
vol. 30, Treccani, Roma1984
Albanese
C., Un regno perduto, Casa Editrice
Fausto Fiorentino, Napoli 1990
Galasso
G., Il Regno di Napoli. Il mezzogiorno
angioino e aragonese (1266-1494), Utet, Torino 1992
Kiesewetter
A, voce Ladislao Durazzo, DBI, vol.
63, Treccani, Roma 2004
Frattolillo
R., Bertolini B., Il tempo sospeso. Donne
nella storia del Molise, Filopoli, Campobasso 2007
Santoriello
A., Costanza di Chiaromonte, dalla storia
al mito, “Il bene comune”, luglio/agosto 2008, pp. 78-83
Internet:
Nobili napoletani, famiglia de Capua (con lapide dedicata a
Costanza di Chiaromonte).
Calise Anna, Parte il palio del mare con il corteo storico,
Gaeta 23 luglio 2003 http://www.telefree.it/news.php?op=view&stampa=1&id=3801
Sant’Agata dei Goti. Immagine di re Ladislao Durazzo e suo
padre Carlo tra i beati in un affresco della Chiesa della Santissima
Annunziata.
Ritratto di Ladislao Durazzo nella pergamena n. 30
dell’Archivio di Tocco di Montemiletto.
Molto affascinante ed evocativo questo ritratto della regina Costanza. La visita alla cappella del Beato Stefano, che ancora conserva i resti dei de Capua e di Costanza, aggiunge fascino a questa storia grazie alla semplicità regale dell'architettura e delle decorazioni. Un'esperienza da fare e rifare.
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