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Anton Romako "Die Brigantessa" |
Marta
CECCHINO
Maria Luisa RUSCITTI
Maria GIANTOMMASO Filomena CICCAGLIONE
di Barbara Bertolini
Nel Sud della Penisola il brigantaggio
esplode con virulenza soprattutto dopo l’Unità d’Italia. Un fenomeno che interessa più di 400 bande armate, con circa 80 mila uomini alla macchia. Se si
aggiungono, però, i fiancheggiatori, le persone direttamente o indirettamente
coinvolte nel fenomeno arriverebbero a parecchie centinaia di migliaia, forse
anche un milione. Per debellarlo il regno sabaudo impiega dieci anni di
violenta repressione, schierando la metà delle forze armate disponibili.
Quali sono state le cause che hanno portato così tante
persone a “saltare la barricata”? I
motivi sono vari e ampiamente trattati dalla storiografia.
In sintesi si può dire, però, che molti di questi giovani
sono ex soldati del disciolto esercito
borbonico che hanno subito soprusi, ingiustizie e umiliazioni o i renitenti
alla leva; i contadini che si vedono usurpate le terre demaniali vendute dai nuovi
amministratori ai galantuomini; le attese
non mantenute del governo sabaudo; le enormi difficoltà economiche dovute al
crollo del Regno di Napoli che colpiscono i ceti deboli; i filo-borbonici che osteggiano la giovane
Italia e vogliono restaurare il regime
di Francesco II, esiliato a Roma, il quale, per far insorgere le
popolazioni contro i Piemontesi, promette le terre ai contadini.
Questi uomini, spesso sostenuti dalle popolazioni locali,
che, oltre alla vita non hanno nulla da perdere, commettono i loro crimini
contro il nuovo ordine costituito e
contro i liberali nella prima fase che va dal 1860 al 1863 e poi, da quella
data, quasi sempre per puro tornaconto personale, senza più distinzioni tra
borbonici e liberali.
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Briganti e guardie |
Molti storici tendono a mettere in evidenza che il
brigantaggio fu soprattutto una lotta di classe tra i contadini e i
galantuomini. Per quanto riguarda le donne questo non è vero. Almeno è ciò che
emerge dalle loro storie. Quanti banditi
hanno mai rapito una “signorina” dell’alta borghesia per farne la loro amante?
Essi infierivano su povere analfabete, serve o contadine che incrociavano sulla
loro strada nelle campagne o nelle masserie isolate e che rapivano per il
proprio personale piacere. Il furfante vedeva la donna come puro oggetto di
consumo, buono a soddisfarlo e obbedirgli.
Un comportamento delinquenziale da parte del bandito, tanto
più grave perché non solo rubava l’onore a queste sventurate ragazze, ma anche
il loro futuro di mogli e di madri. Chi sposava più delle donne che avevano
perso la verginità, per giunta con dei banditi? Nella società ottocentesca,
dove la donna era considerata soprattutto l’angelo del focolare, non avere un
marito significava la morte civile. E questa era la condanna a vita che i
banditi infliggevano alle loro vittime.
E le donne, hanno svolto un ruolo in queste lotte?
La maggioranza, madri, sorelle, mogli, figlie di briganti
sono rimaste a casa come fiancheggiatrici dei loro uomini. Li hanno informati,
rifocillati, hanno nascosto o venduto la refurtiva.
Spesso, però, il destino di “donna del brigante” era
determinato più dalla casualità delle circostanze che da una libera scelta,
come per le molisane Maria Luisa Ruscitti di Cercemaggiore, Maria Giantommaso
di Rotello o Filomena Ciccaglione di Riccia, tutte vittime della cupidigia
maschile. Alcune brigantesse, infine, hanno seguito i banditi volontariamente,
come Marta Cecchino di Roccamandolfi.
Le brigantesse che si trovavano alla macchia, volenti o
nolenti, conducevano una vita difficile, perché chi era entrato in questo
movimento sovversivo obbediva ad un’unica legge, quella del più forte. Alle
donne, deboli per natura, non restava che ingraziarsi il capo assecondandolo
nei suoi desideri, e per questo ne divenivano le amanti, le drude, come
spregiativamente venivano chiamate. Il
rapporto tra le donne poi era di competizione assoluta. Molte volte il brigante
non si accontentava di una sola compagna. Ed era quasi sempre la gelosia la
ragione del loro tradimento, ma anche gli eccessivi maltrattamenti. Inoltre
esse denunciavano il loro uomo non solo
per vendetta, ma anche per la cospicua taglia che incassavano. Una somma
indispensabile per sopravvivere, poiché ritornate nella società, erano
emarginate, avendo perso l’onore e la rispettabilità.
Entrate nella masnada, per comodità vestivano da uomo; era
una trasformazione che finiva per coinvolgere tutta la personalità:
diventavano, infatti, mascoline sia nei loro atteggiamenti, che nel loro animo.
Certe, come Maria Capitanio di San Vittore Filomena Pennacchio dell’Irpinia, la
calabrese Maria Oliverio o Marianna Corfù, amante di Nico Nanco, si sono
dimostrate perfino più feroci dei maschi.
In questo ambiente, le giovani rimanevano quasi sempre
gravide.
Spesso i militi della Guardia Nazionale solo nel momento dell’arresto scoprivano, con
stupore, dal ventre prominente, di trovarsi di fronte a delle donne.
I banditi, che avevano smarrito qualsiasi umanità, spesso
non esitavano ad eliminare la donna o il neonato che li intralciava o poteva
farli scoprire. Oppure le malcapitate erano rispedite a casa dove venivano
immediatamente arrestate. I giudici si dimostravano nei loro riguardi più
clementi, proprio per l’imminente maternità.
Aver perso l’onore, aver toccato il fondo, ha finito, però,
per dare alla donna una libertà mai neanche immaginata prima. Per cui, vittima
o carnefice, la brigantessa ha avuto, per il tempo che è rimasta alla macchia,
un momento di totale autonomia, padrona di se stessa e del suo destino, anche
se poi lo ha pagato a caro prezzo.
***°°°***
Marta CECCHINO (Roccamandolfi
1836 – Ivi 1861)
Tra le tante, Marta CECCHINO di Roccamandolfi è senz’altro
una delle poche ad aggregarsi volontariamente alla banda di briganti.
Sorella del capobanda Domenicantonio Cecchino la donna, di
bell’aspetto e formosa, ha solo 25 anni
quando decide di seguire il fratello alla macchia. Il generale, così come viene chiamato
Cecchino, si è fatto ormai un nome di feroce bandito. Molti a Roccamandolfi ne
parlano con timore, e lei è fiera di avere un fratello che sa farsi rispettare.
La ragazza, poi, è
segretamente innamorata di Samuele Cimino, un bandito che è stato il promotore
della reazione, e che ha incontrato varie volte. Infatti, quando la banda si
aggirava nei paraggi del paese, un manutengolo veniva ad informarne i
familiari. E, per non destare sospetti, toccava quasi sempre a lei far da
corriere, scoprendo sulle montagne l’amore e un mondo di totale indipendenza.
Marta approfitta del suo incarico per scappare con la banda, lasciandosi alle
spalle una ben misera esistenza. Il richiamo verso una vita libera,
indipendente è davvero troppo forte. Corre, senza tentennamenti verso un
destino infame, ignara di bruciare in
pochi mesi la sua esistenza. Dice lo storico Vincenzo Berlingieri «…scappa come
puledra indomita sulle montagne… vergine e pura diventa la druda di Cimino
Samuele…..e incrudelisce l’animo nelle
sevizie»
Arriva sulle montagne nella primavera del 1861. Felice,
raggiante, si butta senza pudore nelle braccia di Samuele, il quale è ben lieto
di farne la sua amante. L’uomo, che ha
quasi il doppio dei suoi anni, è alto,
forte come una roccia, e incute timore a tutti. Come carattere non assomiglia per nulla a Domenicangelo, più riflessivo, meno crudele.
E’ fuggita da casa da una settimana e le sembra già un
secolo. Si è tagliata i capelli e ha messo un paio di braghe che i banditi
hanno rubato, un cappellaccio a punta
con un nastro rosso e una giacca di
velluto che le va un po’ grande, e, vestita così, non sembra per nulla una
ragazza. Con il carbone si è tinta anche dei falsi baffi per assumere ancora
più le sembianze maschili. Samuele le ha dato un fucile e le ha insegnato a
utilizzarlo, per difendersi.
La loro banda è composta da circa 40 persone. Un bel gruppo
in perenne movimento. Si bivacca per una sera, poi, via, il giorno dopo si
attacca un paese, dei viandanti, una masseria. Si uccide, si sevizia, si prende
tutto quello che si può, sperando di non incontrare mai la Guardia Nazionale o
l’esercito sabaudo. Inebriato di potere, il bandito non ha mai un senso di
colpa, mai un pentimento. Si assolve dicendosi che è giusto così: gli altri
hanno tutto e lui niente!
In queste scorribande Marta scopre quanto siano vigliacchi
gli uomini. Se la fanno sotto appena li vedono arrivare, diventano
accondiscendenti, supplichevoli. Che piacere spianare il fucile in faccia ad un
galantuomo per fargli paura. Che onnipotenza sentire che il farmacista, il
notaio, o il segretario, così boriosi con lei quando sono in paese, ora sono
terrorizzati. Hanno davvero paura di lei, di una cafona!
La vita all’addiaccio è dura. Solo i giovani ce la fanno a
correre su e giù per i pendii scoscesi
delle montagne. Dopo i crimini, infatti bisogna darsela a gambe, cercare un
rifugio, con la Guardia Nazionale perennemente alle calcagna.
Però, il cibo non manca mai: prosciutti, caciocavalli, pane,
uova, carne in abbondanza, razziati a destra e a manca. Alla macchia si mangia
e si beve a sazietà. Che differenza con la vita di prima, quando tutti pativano
la fame!
Samuele, inoltre, l’ha riempita d’oro. Catenine,
braccialetti, orecchini, perfino un orologio di valore. Tutto quello che ruba e
che le piace glielo dona. Ma che se ne fa sulle montagne di questi oggetti
preziosi? Senza farsi vedere, però, due
paia di orecchini e tre braccialetti li ha nascosti sotto un mucchio di
sassi, vicino ad una grotta. Non si sa mai. Quando questa storia sarà finita,
potrà riprenderli.
Solo una cosa la infastidisce di questi nuovi compagni di
avventura; è lo sguardo che i banditi le lanciano. Appena Samuele si allontana
sente, chiaramente, a fior di pelle, le loro voglie nascoste. Anche il fratello
la tratta male, la comanda come una
serva e la zittisce davanti ai suoi accoliti. Ma lei non se ne cura, ha occhi solo per Samuele che non permette a
nessuno di offenderla.
Tra le tante atrocità commesse, il fattaccio per cui tutta
la banda Cecchino viene ricordata avviene il 14 agosto del 1861, e Marta è tra
loro. Quel giorno i banditi arrivano a Roccamandolfi, dopo aver saccheggiato
Cantalupo, ucciso Francesco Mancini, un tenente della Guardia Nazionale e
incendiato parte dei documenti esistenti nella cancelleria della Pretura. Un
momento terribile «di sangue, di vendette, di tradimenti, di viltà
abominevoli». Per parecchi giorni il
paese diventa il quartier generale dei briganti che festeggiano e se la ridono.
La banda uccide una decina di persone e
rimane padrona del paese per circa una settimana, passeggiando nelle sue vie
con sfrontatezza, in compagnia delle mogli, delle drude; tutti cedono il passo
a questi criminali diventati i padroni incontrastati della vita e degli averi
di ognuno. Mentre i galantuomini sono fuggiti a Bojano o Isernia.
Accorre l’esercito stanziato a Piedimonte di Alife e si
scontra con i briganti in contrada Campofigliulo. Ma a soccombere sono i
bersaglieri, che lasciano sul campo otto soldati.
La banda Cecchino ne esce vittoriosa, senza né morti, né
feriti. Una sconfitta dolorosa per la compagnia di linea comandata dal capitano
La Croce e del distaccamento di Guardia
Mobile al comando di Antonio Tedeschi i quali non immaginano che di lì a poco i
due banditi più feroci si autoelimineranno.
Intanto, in questa vita dissoluta e senza regole, Marta
rimane subito gravida di Samuele. Nella sua giovanile incoscienza ne va molto
fiera. Il destino, però, le è avverso
perché il 26 agosto del 1861 resta priva
del sostengo più importante. Infatti, mentre i briganti stanno bivaccando a
Colle del Caprio, per futili motivi di gioco, Domenicantonio e Samuele vengono
alle mani. Il Cecchino con una coltellata uccide Cimino, e lui rimane a sua volta
seriamente ferito ad un braccio.
Perso il compagno, al quarto mese di gravidanza, la vita
comincia a farsi amara per Marta perché
quell’esserino che porta in grembo la fa star male e le impedisce di avere
l’agilità necessaria per fuggire. Diventa un serio intralcio per la banda che,
senza più Samuele per proteggerla, non ha scrupoli e decide di
eliminarla, come si sopprime un
cavallo zoppo che non serve più. Infatti, mentre la ragazza riposa, una
fucilata sparata alle spalle la fulmina sul colpo. Marta lascia il mondo senza
sapere che anche il fratello, che da un pezzo ha varcato la soglia di ogni
umano sentimento, è complice della sua morte.
Quando di lì a poco, a causa della sua ferita, verrà
catturato dalla Guardia nazionale, Domenicangelo Cecchino al processo
confesserà di aver ucciso 40 persone. Poi, in dispregio della propria vita
dirà: «datemi, per la Madonna, anche ai cani!».
Il cadavere di Marta non verrà mai trovato: uno zio pietoso
l’aveva sepolto di nascosto.
***°°°***
Maria Luisa RUSCITTI (Cercemaggiore
1844 – ivi 1903)
Ben diversa è la storia della banditessa Maria Luisa
RUSCITTI che ha avuto la sfortuna di
incontrare sulla sua strada Michele Caruso. A Caruso, bandito e dongiovanni
impenitente, originario di Torremaggiore, che scorrazza con la sua banda dalla
Puglia al Molise e all’Abruzzo,
piacciono le ragazze giovani e belle. Per questo, durante le razzie,
appena ne adocchia una, non si fa scrupolo
d’inserirla nel suo personale bottino di guerra. La gente lo sa e, appena vede
arrivare i banditi nasconde le fanciulle.
Anche Maria Luisa vive nel terrore di incontrarlo. Ma lei, bracciante
agricola e serva del possidente Leopoldo Chiaffarelli, quando deve andare nei
campi non può certo disobbedire al padrone.
L’incontro tra la ragazza e caporal Caruso, come si fa
chiamare il pugliese, avviene nel mese di giugno del 1863 in contrada Cappella.
La ragazza, nata a Cercemaggiore il 5 maggio del 1844, sta finendo di raccogliere le ciliegie nel
frutteto di don Leopoldo quando si trova, all’improvviso, circondata da un
gruppo di banditi a cavallo.
«Come ti chiami?», chiede Caruso e la giovane, ammaliata dall’uomo,
stranamente risponde senza paura: «Mi
chiamo Luisa». «Bella di core e bella di viso!», esclama lui, che di donne se
ne intende. Infatti, la ragazza ha un visino grazioso, un corpo sinuoso, modi
schietti, sguardo sincero. E’ tutto questo a colpire il ruvido brigante che la
porta con sé e ne fa la sua amante.
Il brigante Caruso |
Maria Luisa è abituata fin da piccola all’obbedienza
assoluta e per lei Caruso diventa il “padrone” del suo corpo e della sua
anima.
Il fuorilegge la fa vestire da maschio e la istruisce
sull’uso delle armi, scoprendo un’allieva fuori dal comune. Maria Luisa in una settimana riesce ad acquisire una tale padronanza del fucile da essere tra
i migliori tiratori della masnada. Di poche parole, essa si muove negli
attacchi con una tale agilità da lasciare tutti esterrefatti. Infatti, già dal primo di luglio è inviata da
Caruso a Foglianise per provvedere al sequestro dei fratelli Pietro e Fortunato
Palombo, da condurre poi nel loro covo nel Molise e da rilasciare solo dopo
aver riscosso non meno di 2500 lire. Il tre luglio, a missione compiuta, è con
i capibanda Schiamone e Ricciarelli nei pressi di Morcone per dare una “lezione”
alla locale Guardia Nazionale. Ogni giorno sono nuovi agguati, nuovi delitti
che la ragazza compie a sangue freddo, come dovere, perché lei è un soldato che
ubbidisce agli ordini del suo
comandante.
Ma il 18 agosto del 1863, quando è da pochi mesi nella
banda, in uno scontro con una colonna di
bersaglieri e della Guardia Nazionale, in cui perdono la vita ben sette
briganti, Maria Luisa è catturata e rinchiusa nella prigione di Troia, in
Puglia. Caruso, invece, riesce a fuggire.
Al processo, la brigantessa,
che è riconosciuta colpevole di aver ucciso un ufficiale durante un conflitto a
fuoco, è condannata dalla Corte di Assise di Trani a scontare una pena di 25
anni. Ha evitato il plotone d’esecuzione solo perché i testimoni chiamati hanno ammesso che la
Ruscitti era di «sanissima morale ed illibatissimi costumi».
Quando esce dalle carceri nel 1888 Maria Luisa, sola e
abbandonata da tutti, ha ormai 44 anni. Cerca disperatamente una famiglia che
le possa dare lavoro e che veda in lei
non la brigantessa d’un tempo, ma la donna ravveduta, che ha passato i suoi
anni di prigionia in profonda religiosità.
E’ la famiglia di Luigi Salerno di Cercemaggiore ad avere
compassione della donna, prendendola a servizio. La Ruscitti, grata di questa
opportunità, condurrà fino alla fine
della sua esistenza una vita esemplare. Muore il 4 novembre del 1903, subendo,
però, fino alla fine, la sorveglianza speciale imposta dal
Tribunale a causa del suo passato.
Dopo la sua morte, l’improvvisa fortuna economica della
famiglia Salerno ha dato adito, in paese, a molte dicerie, tra cui quella che la Ruscitti avrebbe indicato ai suoi
padroni il tesoro nascosto dai banditi. Vero è, invece, che Maria Luisa quando
le chiedevano di raccontare la sua vita con i briganti, veniva assalita da
forti attacchi convulsivi, sopraffatta dal pianto, perché ricordava con orrore
quei tristi tempi.
***°°°***
Maria GIANTOMMASO (Rotello
1844 - ?)
I briganti il futuro
lo rubano anche a Maria GIANTOMMASO, una ragazza di Rotello nata il 9
marzo 1844.
Rotello, paese del Basso Molise le cui colline si affacciano
sull’Adriatico, gode di una campagna fertile e benedetta da Dio. Il 4 febbraio
del 1863 una comitiva composta da sette donne sta tornando dai campi dopo aver sarchiato le
fave nei poderi di Giovanni Selvaggio. Sono tutte braccianti agricole e, per
loro, questo lavoro è l’unica fonte di guadagno. Sono allegre, felici di avere messo a frutto
una buona giornata. Fanno parte di questo gruppo Irene Ricci e le sue tre
figlie, tra cui la diciannovenne Maria. C’è inoltre Concetta Cannavino e le
sorelle Giangiobbe. Arrivate vicino alla masseria dei Colavecchia, si vedono
all’improvviso sbarrare il passo da cinque briganti a cavallo.
Le donne indietreggiano inorridite perché riconoscono il loro
compaesano Luigi Martino, noto per la sua ferocia, e il capobanda Nunzio Di
Paolo di Macchiagodena.
Ad un cenno del capo i briganti smontano da cavallo e si
mettono a malmenare le donne. La prima a reagire è Concetta Giangiobbe che
supplica i briganti di risparmiarle l’onore. Luigi Martino inveisce contro la
ragazza «Non fare la madonnina, io ti
conosco pelo e ricordati, gran puttana, che per lo innanzi tu ed i tuoi vi
siete, più di una volta, fatti beffe di Francesco II, ora, per tale insulto,
non mi resta che conciarti per bene». E il brigante le tira a bruciapelo una
schioppettata che le porta via un pezzo dell’orecchio destro. Gli altri intanto
afferrano Maria e la mettono in groppa al cavallo. Irene corre verso la figlia
per trattenerla, ma uno dei banditi, un certo Santuccio di Campobasso, le sferra un colpo in testa con il calcio del fucile facendola cadere
svenuta.
I furfanti portano Maria terrorizzata in un fitto bosco e
abusano di lei. Poi la rimettono in sella e dopo un’ora di cammino raggiungono
il loro covo.
La giovane è profondamente ferita nell’anima. Sa che la sua
esistenza, comunque vada a finire, non sarà più la stessa, non potrà più
aspirare ad avere una famiglia perché quei briganti le hanno tolto quello di
cui aveva più bisogno per essere presa in moglie, l’illibatezza.
Si guarda intorno e vede facce truci. Indossano bei vestiti,
probabilmente rubati ai signorotti in
viaggio che hanno incontrato sulle strade, ma il loro animo è inzaccherato,
come i loro volti. Sono giovani spavaldi, violenti, bestemmiatori, diffidenti,
ignoranti.
Il capo le dice di mangiare, ma lei si schernisce affermando
di non aver fame. Parte una grossa bestemmia, poi Nunzio esclama: «Mangia per
Sant’Antonio benedetto: se no ti spezzo il cuore con una pallottola!».
Dopo cena la banda, come al solito, si mette a giocare a
carte e a bere fino a mezzanotte quando un lungo fischio avverte dell’arrivo di
persone conosciute alla banda. E’ uno di loro che ritorna dopo aver incassato
la somma per il riscatto di un prete che hanno sequestrato: 100 piastre. Ma
poiché ne manca una, il capo decide di uccidere l’ostaggio. Maria, nel momento in cui egli sta per far
fuoco, si butta ai piedi di Nunzio Di Paolo e lo supplica: «Abbiate pietà di
questo povero sacerdote: per dodici carlini si ammazza un individuo?». Queste
parole hanno il dono di riportare la lucidità nel cervello del brigante,
annebbiato dall’alcool, che desiste. Il prete il giorno dopo è rilasciato.
Intanto a Maria vengono tagliati i capelli, e, vestita da
maschio, è costretta a seguire la banda in perenne movimento per sfuggire alla
Guardia Nazionale, ma soprattutto per razziare. Un bosco è sempre il loro
rifugio preferito fino a quando sentono i militi troppo vicini. Continuando i
loro misfatti, si dirigono verso Torremaggiore, guadando il fiume Fortore,
bivaccano nel bosco Dragone, poi, qualche giorno dopo, si rifugiano nel bosco
Ramitelli. Ma poiché fa molto freddo -
siamo a febbraio - accendono il fuoco
che finisce per attirare la Guardia Nazionale di Chieuti, sulle loro tracce da
una settimana. «In nome della legge non vi muovete, depositate le armi e
arrendetevi», grida il capitano arrivato alle loro spalle senza far rumore.
Alle sue parole segue un fuggi fuggi generale. I militi sparano vari colpi di fucile
che ammazzano quattro malfattori e feriscono anche Maria al braccio e alla
coscia. Mentre gli altri scappano inseguiti dai militi, lei si nasconde dietro
a un cespuglio e aspetta, invece Nunzio
e Marino, anche questa volta, la fanno franca.
Rimasta sola, la ragazza si avvia verso una casupola che
aveva notato in lontananza. Bussa, ma non c’è nessuno. Entra per ripararsi dal
freddo. Dopo molto arrivano due contadini: un vecchio ed un ragazzo, a cui
Maria racconta la sua disavventura. L’anziano si commuove e decide di aiutarla.
Poiché il contadino, originario di Chieuti, non conosce Rotello, l’accompagna a
San Martino. Durante il viaggio si imbattono in una compagnia di bersaglieri
che si prendono cura della giovane facendola prima medicare, poi riconsegnandola
alla sua famiglia. E’ il 21 febbraio quando Maria Giantommaso può infine
rivedere i suoi, con un braccio fratturato e l’onore rubato.
Quei 17 giorni passati insieme ai briganti saranno
indelebilmente impressi nella mente dalla ragazza che ha avuto modo di
conoscere, da vicino, l’orrore e la bassezza umana.
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Filomena CICCAGLIONE
(Riccia 1844 – ivi 1866)
Non molto diversa è la storia di Filomena CICCAGLIONE, una
ragazza nata il 14 settembre 1844 a Riccia, dai bei lineamenti delicati, occhi
da cerbiatta, slanciata, che fa girare la testa a molti ragazzi del posto.
Sono passati appena 12 giorni da quando il bandito e
dongiovanni Michele Caruso è sfuggito alla cattura dopo aver rapito Maria Luisa
Ruscitti. La comitiva di “Caporal
Michele” così si faceva chiamare il brigante Michele Caruso, pastore analfabeta
nato a Torremaggiore al servizio del principe di San Severo e che dal 1861 al
1863 infestò con la sua banda le campagne pugliesi, spingendosi dalla sua base
operativa, posta presso il Fortore nella Selva delle Grotte, fino al Molise e
al Beneventano, la troviamo a Riccia il
primo settembre del 1863 in una masseria dove il bandito ha già adocchiato
un’altra bella ragazza.
Due bande di briganti, quella del Caruso e di Titta
Randelli, spargono il terrore in quel
periodo in tutto il Molise centro-meridionale (Riccia, Gambatesa, Tufara,
ecc..). I malviventi spesso si coalizzano per attaccare le masserie isolate e i
viaggiatori che vanno e vengono dalla Puglia.
Quel giorno, le due bande riunite sorprendono, nelle
campagne di Riccia, l’alfiere della Guardia Nazionale Giuseppe Palladino, il
quale riesce a sfuggire ai banditi, abbandonando il cavallo e dandosi a
precipitosa fuga.
I malviventi, che hanno inseguito il fuggiasco fin quasi
all’entrata del paese senza poterlo prendere, indispettiti da questo
insuccesso, mentre tornano sui loro passi si
imbattono in Michele di Domenico e sfogano sul malcapitato la loro
ferocia, seviziandolo e uccidendolo. Si
dirigono poi verso la vicina masseria dei Ciccaglione e, anche lì,
uccidono prima Domenico Moffa e poi
Giuseppe Ciccaglione, sotto gli occhi atterriti della figlia Filomena. Non
contenti, quattro giorni dopo, ritornano e uccidono anche lo zio della ragazza,
Michele Moffa. Una carneficina senza motivo, che finisce per intimorire tutti
gli abitanti della zona. Il terrore che il brigante legge negli occhi della gente
al suo passaggio gli rinvia segnali di onnipotenza. Si sente ormai invincibile:
i successi, la fama, gli danno alla
testa.
Dopo poco meno di un mese Michele Caruso ritorna alla
masseria Ciccaglione, questa volta con intenti ben diversi. Durante la prima
visita ha notato la bella Filomena e da quel momento non riesce a togliersela dalla testa. Gli
occhioni spalancati, la bella bocca color ciliegia, il seno acerbo ma già
prorompente e quel modo così distinto di muovere la testa. Davvero, quella
ragazza gli ha tolto il sonno, la lucidità. Perbacco, non è forse il re dei
briganti, lui. E un re non ha il diritto di prendere quello che vuole? “Certo,
me la porto via e basta” - pensa - “se
non mi ama, mi amerà”.
Organizza tutto con cura, studia gli spostamenti della
fanciulla. Sa che nella masseria non ci sono più persone in grado di
difenderla. Un gioco da ragazzi. Infatti, caporal Michele, si presenta nella
tenuta agricola con pochi fidi. Preleva la giovinetta, la carica sulla carrozza
e via, nel bosco Mazzocca, il più folto della zona dove nessuno come lui
conosce tutte gli anfratti e dove - pensa -
non saranno certo quelle femminucce della Guardia nazionale a stanarlo.
Il rapimento è così
fulmineo che, quando Filomena viene legata e caricata, rimane completamente
pietrificata: non riesce ad emettere nessun suono, non riesce a divincolarsi.
Il cervello sembra essere stato sopraffatto
da una forza sovrumana che ne annulla qualsiasi ordine: “mordilo!”,
“dagli un calcio!”, “graffialo!”, “urla!”. Nulla esce dalla sua bocca e inerti
rimangono gli arti. Portata dentro ad
una caverna come un sacco di patate e buttata su un giaciglio di paglia, ben
nascosto da un masso, la ragazza continua a rimanere totalmente muta. Ma appena il Caruso si avvicina, Filomena si
trasforma in una belva furiosa. In quel momento sprigiona tutta la sua energia
repressa sul brigante, che se la ride di queste reazioni. Non è certo la prima
volta che rapisce una giovane. Di
corporatura robusta, al pastore analfabeta originario di Torremaggiore non ci
vuole molto a dominare la fanciulla e a fare di lei quello che vuole.
Filomena, da quel momento, sa di aver perso la sua dignità
di donna, sa che nessuno al paese chiederà più la sua mano perché Caruso l’ha
sedotta e non importa se con la forza o con la ragione.
Quando l’uomo con la sua banda riparte per altre razzie, la
giovane medita a lungo sui sogni infranti in quella grotta maledetta, sulla sua
impotenza. Finalmente decide che non si abbandonerà al suo destino, ma che
passerà ogni giorno della sua vita a studiare come vendicarsi dell’uomo che le
ha ucciso un genitore e rubato l’onore.
Fa presto a capire che il brigante è pazzamente innamorato
di lei: ogni giorno ritorna con un regalo, una leccornia, un’attenzione
particolare alle sue necessità. Guai agli uomini della banda se osano solo
lanciare uno sguardo nella sua direzione! Capisce anche che la sua sottomissione
gioca a suo favore.
Riccia |
Infatti, se un viandante cade nelle mani della banda,
Filomena supplica Caruso di risparmiarlo; le torture cessano e lo sventurato
può continuare libero la sua strada. Riesce anche a convincere l’uomo che ha
tutto da guadagnare a non incendiare le masserie dopo il saccheggio, perché può
ritornare nel momento della mietitura
per impossessarsi dei loro prodotti. Queste intercessioni, che sono raccontate
dai viandanti al loro ritorno,
risparmiano, infatti, tante vite umane e l’incendio di tante messi e
fanno di Filomena una leggenda.
Tuttavia, l’asservimento del brigante alla sua amata
comincia a far mugugnare gli altri componenti della banda. Inoltre, il rapimento della ragazza è
stato la goccia che ha fatto traboccare
il vaso dei riccesi che chiedono a gran voce al nuovo governo interventi per
catturare i manigoldi e restituire alla popolazione l’ordine e la serenità,
indispensabili per poter ritornare a una vita normale. Già dal 1862 il prefetto
del Molise, Giuseppe Arditi, ha preso dei provvedimenti contro il brigantaggio,
senza però riuscire a debellarlo. Questa
volta, il Governo unisce tutte le forze (militi della Guardia Nazionale,
soldati dell’esercito piemontese e carabinieri) che, compatte, riescono a
braccare e a decimare la banda Caruso, ad eccezione del capo che rimane uccel di bosco. Inaspettatamente, a dargli
man forte è proprio Filomena che ha, sì, ceduto al brigante, ma in cuor suo non
gli ha mai perdonato l’omicidio dei suoi cari e aspetta il momento propizio per
vendicarsi.
Caruso, in effetti,
non dubitando dei sentimenti dell’amata, sentendo il fiato dei militi
sul collo, preferisce non portarla più con sé durante le sue scorrerie e la
mette al sicuro presso la masseria di un certo Pellegrino Corso. Sfuggendo per
l’ennesima volta ai soldati, le manda poi a dire di raggiungerlo perché vuole
scappare con lei alla volta delle Calabrie, per unirsi ad altre bande di
briganti, non ritenendo più sicuro il
bosco Mazzocca.
Filomena, invece, convince il Corso ed altri abitanti della
zona ad acciuffare Michele Caruso, indicandogli il nascondiglio. Durante la
notte, mentre il brigante, insieme ad un giovane nipote, dorme in un pagliaio,
è sopraffatto, catturato e consegnato
alla Guardia nazionale.
Per Filomena è la fine di un incubo. Tuttavia è costretta a
seguire il suo carnefice a Benevento per
il processo. Il bandito, che si è sentito tradito, non le risparmia ingiurie e
minacce. Le chiede anche, molto ingenuamente, se le sia piaciuta la sua sorte.
Ma Filomena prontamente risponde: «Mi dispiace soltanto che non ti abbiano
colpito molto tempo prima, perché così tante famiglie non piangerebbero l’eccidio,
il disonore e la miseria de’ loro cari».
E chiede un’arma perché vorrebbe ucciderlo con le proprie mani. Secondo
una ricerca dello studioso Antonio Santoriello di Riccia, è probabile che la
giovane per questa cattura abbia ricevuto anche qualche beneficio in
denaro. Non si capisce, infatti ̶
dice lui ̶ come la ragazza, semplice contadina,
abbia potuto successivamente prestare a Michele Moffa 400 Lire, come
testimoniano i protocolli notarili.
Michele Caruso e il nipote sono condannati a morte e
fucilati (una versione non condiva da tutti gli studiosi).
Comunque, Filomena può così
ritornare a Riccia, ma la latitanza, lo strazio e la vita di stenti a
cui l’ha costretta il brigante l’hanno duramente provata. Si ammala gravemente
di tisi. Si spegne, circondata dall’affetto di tutto il paese, il 31 maggio
1866, a soli 22 anni.
Al suo funerale accorrono tutti gli abitanti della zona per
testimoniare la loro gratitudine. Il suo sacrificio è additato a tutte le
giovani come esempio di coraggio, intelligenza e amore filiale.
Barbara Bertolini©2016 tutti i diritti riservati.
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Riccia nei primi anni dell’Unità, in “Almanacco del Molise” 2002/2003, Ed.
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I would like any information on Giuseppina Gizzi, known as La Gizzi who was killed on May 3rd 1868 any information can reach me at
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