di Barbara Bertolini
(Mantova ? marzo 1046 – Bondeno di Roncore, 24 luglio 1115), una delle donne più potenti del Medioevo, feudataria, vice regina
d’Italia, magna comitissa, ovvero
grancontessa come veniva chiamata
Era
alta, slanciata, desiderabile, con una folta chioma biondo-rossiccia che
incorniciava un viso color di giglio e, malgrado ciò, nessun uomo si sarebbe sognato di allungare
lo sguardo su di lei: avrebbe rischiato troppo. La fanciulla era già stata
promessa, però, l’uomo che doveva sposare non corrispondeva in nulla ai suoi
desideri. Goffredo il gobbo, come dice il suo nome, era, infatti, un essere informe e ripugnante ma era il
figlio del suo padrino, Goffredo il barbuto, e la loro unione avrebbe sancito
la continuazione del glorioso casato dei Canossa.
Per chiunque il suo cuore abbia battuto, Matilde, la figlia
del conte Bonifacio di Canossa e di Beatrice di Lotaringia, ha dovuto tenerlo
accuratamente celato e rassegnarsi a sposare una persona che disprezzava dal
più profonde del cuore; questa era la regola dinastica per eccellenza poiché il
matrimonio era solo uno strumento politico utile per costituire alleanze,
allargare possedimenti o tramandare poteri.
Anche la mamma di Matilde, Beatrice, la bionda duchessa
delle Ardenne (altro titolo), aveva
dovuto, a suo tempo, accettare un marito
molto più anziano di lei, Bonifacio degli Attoni, principe di Toscana e conte
di Canossa, potente feudatario che aveva ereditato dal padre, Adalberto Atto,
uno Stato vastissimo che lambiva mezza
Italia: dall’alta Lombardia bresciana al Lazio settentrionale. Bonifacio era un uomo rude, battagliero e,
anche se era stato ricevuto alla corte imperiale tedesca come un vero principe,
Beatrice era di rango superiore al suo, essendo figlia di Federico di Svevia e
di Matilde di Lorena, discendente nientemeno del grande Carlomagno. La mamma di
Beatrice, inoltre, era sorella di Gisella, moglie dell’imperatore germanico
Enrico III. Da questa prestigiosa discendenza le spettava il diritto di
intervenire sulla linea politica del marito. Un diritto, come vedremo, che
cambierà totalmente le sorti della piccola Matilde il cui nome germanico
significa “valorosa battagliera”, predestinata ad un futuro di grandezza.
Diverrà, infatti, la donna più potente del suo tempo e in lei si fonderanno sia
una grande fede che una grande capacità guerriera: pia e battagliera;
compassionevole e spietata; colta e semplice, qualità che le permetteranno di
navigare in un secolo convulso e agitato dove non mancavano difficoltà come
guerre intestine, calamità naturali, malattie, che accorciavano la vita degli
esseri umani, attestata, in quel periodo, intorno ai 30-35 anni.
Matilde nasce probabilmente a Mantova nel marzo del 1046.
Dei tre figli del conte di Canossa, solo
lei rimane in vita poiché sia il fratello maggiore, Federico, che la sorellina
Beatrice muoiono ben presto. Forse per questo la contessina è affidata alla
cura dei colti monaci benedettini che le daranno un’educazione rigorosa come quella
riservata ai maschi. E’ una bambina temeraria, che impara prestissimo a
cavalcare e, che stupisce tutti, in particolare il padre, per il modo in cui
riesce a domare l’animale. Bonifacio è, infatti, ammagliato dalle abilità
della figlia e la porta volentieri con sé quando va a caccia nelle vicinanze
dei suoi castelli. Saranno queste cavalcate che le faranno scoprire, fin da
piccola, i territori che diverranno poi i luoghi delle sue lunghe battaglie.
Intanto il marchese Bonifacio non se la passa troppo bene.
Rivolte continue dei suoi vassalli, che governa con il pugno di ferro, lo
costringono a continue battaglie. Sono soprattutto le città che amministra come
Mantova, Lucca, Pisa, Modena e Firenze a volersi liberare del suo feudatario
poiché preferiscono essere governate da un imperatore lontano piuttosto che
sentire sul collo l’alito di un Signore soprannominato “il Tiranno”.
Sta di fatto che il
Canossa è assassinato nel 1052. L’omicida lo aveva colto di sorpresa mentre si
recava a caccia nelle foreste vicino al Po.
Di questa misteriosa morte furono sospettati un po’ tutti, amici e
nemici, compreso l’imperatore che aveva tutto l’interesse a far sparire un
vassallo troppo potente.
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In marrone i vasti territori dei Canossa |
Morto Bonifacio, gli subentrarono nei possedimenti dei suoi
estesi domini sia la moglie Beatrice che la figlia Matilde, poiché egli non
aveva lasciato eredi maschi.
Sparito il marito, la bella e pia Beatrice non ha che un
desiderio: rinchiudersi nella pace di un convento con la figlioletta e
restituire all’imperatore, suo cugino, i vasti possedimenti. Ma la donna ha
fatto i conti senza l’oste e, l’oste in questione, è il Papa.
Leone IX, che voleva una chiesa riformata, ha tutto
l’interesse a che i vasti possedimenti dei Canossa, che arrivavano alle porte
del Lazio, non finiscano nelle mani dell’imperatore. Ecco perché fa pressione
sulla vedova affinché rimanga lei la reggente.
Ma per capire meglio gli avvenimenti di quegli anni e,
quindi, la storia di Matilde, bisogna fare un breve excursus sulla società
medievale che era violenta, abbrutita dalla miseria e dall’ignoranza, tenuta a
bada solo dalla religione e dalla spada. A capo di questa società cristiana vi
erano due figure concorrenti che la
dominavano: il papa e l’imperatore, spesso, in disaccordo tra loro poiché avrebbero
voluto tenere ben saldi nelle proprie mani i due poteri, quello clericale e
quello laico. L’imperatore c’era riuscito in parte visto che già dai
“Carolingi” si veniva consacrati “Imperatori del Sacro Romano Impero” e si
acquisiva il diritto di nominare le massime cariche ecclesiastiche come i
vescovi e anche lo stesso papa o, comunque, la nomina del Sommo pontefice della
Chiesa per essere valida doveva essere approvata da lui. Queste nomine da parte degli imperatori o dei
re erano molto arbitrarie: venivano fatte tenendo conto dei propri interessi di
corona, quindi venivano scelti i propri
parenti diretti – anche se erano sposati
o avevano concubine ̶ , o i
nobili che pagavano per avere quella carica e, questo, indipendentemente dal
fatto che avessero o no una vocazione religiosa.
Ci vorranno ancora secoli prima che la Chiesa romana riesca
ad avere la supremazia religiosa sugli imperatori o i re i quali venivano “unti
con l’olio consacrato” (l’unto del Signore) ed era proprio questa cerimonia religiosa
che faceva dire, per esempio, al
virtuoso imperatore Enrico III:
«Anch’io, che ho
ricevuto il diritto di comandare a tutti, sono stato unto con l’olio santo»,
olio santo che gli conferiva anche i privilegi religiosi.
Ed è proprio quando regna questo sovrano, nel periodo della
contessina Matilde, che si fa più virulenta la
propaganda dei monaci benedettini, che fanno capo all’Abbazia di Cluny,
e che si battono per la riforma del clero. Essi vogliono risvegliare le
coscienze sostenendo che l’imperatore non ha
il diritto di eleggere i vescovi e il papa e deplorano la sua arrogante
interferenza negli affari della chiesa. In particolare condannano chi pecca di simonia, ovvero la sgradevole
pratica che faceva mercato delle cariche ecclesiastiche e delle indulgenze, la
corruzione e la condotta lasciva dei preti e dei vescovi i quali, per soldi
erano capaci di vendersi perfino le chiese.
E le due donne si trovano, con il loro feudo disteso geograficamente fra
i due contendenti, ad asservire le ambizioni degli imperatori tedeschi da una
parte e la volontà del papa dall’altra.
A quei tempi ogni essere umano, nobile o non, era
profondamente credente. La religione, con i suoi riti, le sue tradizioni, i
suoi santi, i suoi esorcismi, le sue superstizioni, la sua paura del diavolo,
dettava le regole del vivere comune. Si faceva gran commercio delle reliquie o pseudo tali, importanti per
l’affermazione delle varie Signorie poiché davano, al luogo dove venivano
collocate, importanza fondamentale per i fedeli. Ecco perché sia Beatrice prima
che Matilde poi ne acquisiranno molte per donarle alle varie chiese e abbazie come i sacri vasi contenente il
Santissimo Sangue di Nostro Signore o le
zolle di terra del Golgota.
Beatrice di Lorena, mamma di Matilde non sfugge a questa
mentalità. Essa è profondamente credente e mette al servizio della Chiesa una
parte consistente del suo patrimonio per fondare conventi e edificare chiese
poiché, solo così, i nobili del tempo pensano di salvarsi l’anima. In
particolare il convento era l’unica luogo di vera pace che nessuno, per paura
dell’inferno, osava attaccare fosse esso nobile, cavaliere o bandito. Ecco
perché Beatrice desiderava ardentemente entrarvi.
Durante il suo matrimonio, la parentela con l’imperatore tedesco e la sua
posizione di moglie di uno dei più grandi feudatari aveva messo Beatrice in
contatto con i vari papi che si susseguirono, in particolare con Leone IX di
cui condivideva sia la lingua che l’origine poiché anche Leone IX, discendeva, come lei, da una nobile famiglia
dell’Alta Lorena. Sono stati
probabilmente questi stretti contatti che hanno avvicinato la donna agli ideali
di una Chiesa riformata predicata dall’Abate di Cluny, dove l’elezione del Papa deve essere fatta
solo dal clero, idee che contrastano con la politica del suo imperatore.
GOFFREDO IL BARBUTO SPOSA BEATRICE DI LORENA
Sta di fatto che Beatrice nel 1052 accetta a malincuore il
consiglio del papa di rientrare in possesso di tutti i beni del marito. E’ Leone IX
che l’aiuta a mantenere la contea di Canossa, chiedendo al monaco
Ildebrando di Saona di occuparsene. IIdebrando, viste le difficoltà, propone alla donna di sposare il potente e
ricco vedovo Goffredo il Barbuto, duca dell’Alta Lorena, lontano parente di
Beatrice e che sostiene la Chiesa riformata. Beatrice è inorridita da
quest’unione poiché anelava ad una vita pura e, inoltre, Goffredo non ha nulla
di attraente, ma un po’ tutti premono
affinché acconsenta a queste nozze, promettendo che non ci sarà unione di
corpi. L’unica clausola che mette lo sposo, ben contento di venire in possesso
dei territori di Beatrice e per continuare in futuro questa alleanza, è che la piccola Matilde venga promessa sposa
a suo figlio. I due vedovi sanciscono la loro unione a Canossa nel 1054.
Dopo le nozze con Beatrice, Goffredo il barbuto ha di che
impensierire l’imperatore, poiché egli sobilla la sua ricca regione contro
l’impero e si è impadronito di metà Emilia e delle Marche e pare deciso a spartirsi l’Italia con i
Normanni, diventando così l’uomo più potente d’Italia. Ecco perché, quando
l’imperatore Enrico III scende in Italia, contesta a Beatrice sia i
possedimenti dei Canossa dati dal Papa e
non consegnati da lui che il suo matrimonio, e confisca alla cugina i suoi
averi, obbligandola, con la figlioletta Matilde, a seguirlo in Germania,
entrambe prigioniere. Saranno tenute in ostaggio in Germania per ben due anni,
mentre Goffredo il Barbuto, già fuggito in Lorena, sarà accusato di
insubordinazione, appropriazione indebita
dei territori imperiali e disordini.
In Germania alle contesse di Canossa non viene fatto alcun
male poiché godono della speciale protezione di Agnese di Poitiers, la seconda
moglie dell’imperatore. Beatrice, infatti, rimasta orfana da piccola, era stata
adottata dalla madre di Enrico III, l’imperatrice Gisella, che era sorella di
Matilde di Svevia (nonna della contessina Matilde) e che, avendo la stessa età
di Enrico, ha trascorso la sua infanzia a palazzo reale con lui.
Questo forte legame parentale spiega il trattamento di riguardo delle
due donne alla corte tedesca.
A questa corte imperiale, che non ha capitale, ci si sposta di
città in città. Matilde, in questi due anni, acquisirà un bagaglio linguistico
di tutto rispetto: oltre al latino che già conosce, imparerà il tedesco, il
francese e molti dialetti parlati dalla Germania all’Italia, e seguirà anche lì
lezioni dei monaci sulle Sacre scritture e la vita dei santi.
MORTE DELL’IMPERATORE ENRICO III
La morte dell’imperatore Enrico III nell’ottobre del 1056
cambia le carte in tavola. Suo figlio Enrico di Franconia, ovvero Enrico IV, è
incoronato imperatore all’età di 6 anni.
Nei giorni seguenti l’incoronazione, papa Vittore II ottiene da Agnese
di Poitiers, la vedova dell’imperatore, la liberazione di Beatrice e di sua
figlia Matilde. Convince anche il governo a riconoscere il perdono a Goffredo
il Barbuto, raccolto dalla bocca dello stesso imperatore prima della sua morte
e a restituirgli i diritti sulla Toscana e sulla Lorena. La vedova di Bonifacio
firma gli atti di consegna delle terre e dei frutti dei beni imperiali di cui
ha goduto senza averne il permesso dopo la morte del primo marito. In cambio
riceve il salvacondotto per ritornare in Italia. Prima di partire per l’Italia,
dal momento che è l’unica erede di Bonifacio di Canossa, è stato chiesto a
Matilde di compiere, in ginocchio, l’atto di vassallaggio ai piedi del piccolo
imperatore. Enrico le ha poi consegnato il suo stendardo, una pergamena che
attesta l’avvenuta cerimonia e il simbolico bastoncino detto “virgate” che
serve a misurare la terra: sembrano due bambini che stanno giocando, invece è
storia!
Il 27 luglio 1057, Goffredo il Barbuto (che ha assunto il
nome di Goffredo I di Toscana) e che sostiene la riforma della Chiesa,
raggiunge il papa ad Arezzo per convincerlo a nominare cardinale suo fratello
Federico, abate di Montecassino. Il giorno dopo il papa muore improvvisamente
di malaria. Sarà lo stesso patrigno di Matilde a seppellirlo a Ravenna nel
mausoleo di Teodorico, trasformato in chiesa cristiana. E, poiché è sul posto,
approfitterà della situazione per occupare le terre papaline di Spoleto e
Camerino.
A questo punto, tenendo conto del fatto che a governare
l’impero vi è Agnese, reggente poco autoritaria, e suo figlio, il clero romano elegge il proprio papa
sottraendosi all’obbligo di consultare l’imperatore. Non ha difficoltà a
trovare il successore poiché Goffredo il Barbuto si è dato da fare per
sostenere il fratello. Si tratta, infatti, di Federico già abate di Montecassino e da pochi giorni
cardinale. Egli prenderà il nome di Stefano IX e, con l’appoggio di Ildebrando
di Soana e dell’eremita Pier Damiani,
riprenderà la lotta dei suoi predecessori contro la simonia e il concubinato.
Ma muore solo sette mesi dopo la sua investitura nelle braccia dell’Abate Ugo
di Cluny.
Intanto la contessina di Canossa, compiuto i 12 anni viene, come promesso, fidanzata a Goffredo il
Gobbo, figlio del suo patrigno, il quale continuerà a vivere in Lorena in
attesa del matrimonio.
Da quel momento la ragazzina diventa una pedina importante
sia per il Barbuto che per la Chiesa che la prepara al suo ruolo di “principe
cristiano” che dovrà combattere per la giusta causa. Ad addestrarla al maneggio
delle armi ci penserà il padrigno,
mentre la sua preparazione morale e culturale è affidata all’Abate Ildebrando
di Soana, sommo consigliere del papa, che dovrà instradarla, aiutarla e
consigliarla. L’uomo, molto impegnato
nella lotta delle investiture che oppone il papa all’imperatore, l’affida nelle
mani del vescovo di Lucca Anselmo da Biaggio, grande amico di Goffredo. L’Abate
tuttavia resterà in contatto con Matilde con lettere, messaggi, benedizioni,
raccomandazioni. Saranno queste due persone a darle una grande preparazione
culturale e a fare di lei una fervente paladina dei papi che si susseguiranno
durante la sua lunga vita.
Nel frattempo Enrico IV, sotto la guida del vescovo di
Brema, Adalberto, è diventato un ragazzo impertinente che conduce una vita
dissoluta e immorale e che vuole divorziare dalla giovane moglie Berta. La
mamma Agnese, a cui è stata tolta la reggenza, va pellegrinando nei monasteri
d’Europa affinché si preghi per il ravvedimento del figlio. Solo l’arrivo
dell’inviato del papa, Pier Damiani, riuscirà a bloccare questo divorzio che
sarebbe una catastrofe per un monarca cristiano. A dare una mano al
monaco-vescovo sarà inaspettatamente una cometa apparsa nel 1066 nei cieli di Germania e foriera di
terribili sciagure, secondo le credenze del tempo. E, nemmeno a farlo apposta,
il 1067 è un anno di spaventose carestie. Il popolo non ha dubbi: si tratta del
castigo di Dio per la condotta scandalosa dell’imperatore nei riguardi della
Chiesa di Roma.
MATRIMONIO DI MATILDE
Beatrice e Matilde hanno scelto il loro campo: saranno al
fianco del Papa, come Goffredo il Barbuto. E, proprio Goffredo ̶ duca di Lorena e di Spoleto, principe della
Toscana, conte d’Anjou,
marchese di Pentapoli e patrizio di Roma
̶ nell’inverno del
1069 sta morendo nel suo castello di Bouillon in Lorena. Lo raggiungono la
moglie e la figliastra. Il Barbuto pretende di vedere Matilde e il figlio
sposati prima di lasciare questa terra, ecco perché il matrimonio tra la
riluttante bella contessa e il 17enne Goffredo IV della Bassa Lotaringia, detto
il Gobbo, viene celebrato quell’anno.
Matilde ormai è in età di matrimonio per cui non può più
frapporre ostacoli. Goffredo la desidera
ardentemente, anche se si rende conto che il suo fisico non può essere
all’altezza di quella splendida ragazza poiché non solo è gobbo ma anche
gozzuto. La nobildonna vivrà tra
Bouillon e Verdun con il marito per due
anni. Dalla loro unione nascerà una figlia che morirà qualche mese dopo
aver visto la luce. Per Matilde questi due anni saranno infernali: scrive
continuamente al suo consigliere Ildebrando di Soana chiedendogli di liberarla
da questo legame, di trovare una scappatoia per un divorzio, per esempio la
consanguineità poiché i due sono cugini di quinto grado da parte di madre. Ildebrando cerca in tutti i modi di
convincere la giovane donna a non lasciare il talamo. Ma la nobildonna è
arrivata al massimo della sua sopportazione, questo marito è privo di pietà
cristiana e di senso morale e orrendamente sensuale e Matilde non vuol più
sentir ragione, ecco perché, prendendo a pretesto che la vecchia madre è malata
e ha difficoltà a governare il suo feudo, la raggiunge a Canossa.
Siamo arrivati nel 1072. Da quella data ricomincia per la
contessa una nuova vita in simbiosi con la mamma: esse vanno di castello in castello, di città
in città stilando atti di donazione, acquisendo reliquie da donare ai
monasteri, controllando feudi, assicurando la giustizia, fondando nuove abbazie
come quella di Frassinoro nell’Appennino emiliano.
In Lorena dove è rimasto, il duca abbandonato scrive
ripetutamente a Matilde chiedendole di ritornare a Verdun poiché i viaggi
intrapresi dalla moglie e dalla suocera gli fanno capire che quest’ultima non è
poi così malata. Le vaghe risposte della
nobildonna lo infastidiscono. Scrive allora a papa Alessandro affinché la
convinca a tornare, ne va della sua
onorabilità. Matilde alle sue esortazione risponde seccata che sia lui a
scendere in Italia e che le riporti le preziose reliquie del sangue di Cristo
che appartenevano alla sua famiglia.
Goffredo ci tiene alla sua bella moglie e nel 1073 arriva in
Italia con tanti doni per Matilde, comprese le famose reliquie che si è fatto
restituire con forza da un abate che le
aveva a sua volta ricevute in dono, in punto di morte, dal padre di
Goffredo. La moglie lo aspetta alle
porte di Reggio Emilia. Benché accolto con sfarzo, nota maliziosamente il
cronista del monastero di Sant’Ubaldo, che per tutto il tempo che il Gobbo
resta in Italia Matilde gli rifiuta la “maritalem
gratiam”. Insomma, la grancontessa non ne vuole proprio sapere di questo
marito anche se egli fa di tutto per riconquistarla. Per salvare le apparenze
tuttavia, quando il duca Goffredo decide di andarsene, Matilde, con tutto il
suo corteo, lo accompagna fino al valico
del Gottardo. Agli occhi del mondo faranno finta di essere ancora marito e
moglie fino a quando il Gobbo tre anni dopo questo incontro sarà assassinato in
modo ignobile, vittima di un’imboscata nei pressi di Anversa.
SCONTRO TRA ENRICO IV E PAPA GREGORIO VII
In quegli anni tra il potere temporale e il potere
spirituale non c’è pace. Enrico IV non
si arrende e si scontra apertamente
con Alessandro II, il primo papa non
eletto da lui, il quale gli ingiunge di
scendere a Roma. Un gesto ardito poiché nessuno ha mai dato un ordine ad un
imperatore. Ma improvvisamente anche questo papa muore.
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Arazzo con Matilde di Canossa in abito rosso |
Sarà tale circostanza a catapultare Matilde sulla scena
politica di quegli anni. Infatti a succedere ad Alessandro II sarà scelto
l’arcidiacono della Santa Sede, Ildebrando di Soana. Questa elezione a furor di popolo avviene in
un momento gravissimo per la Chiesa romana. Ildebrando, rigoroso teologo, era entrato nell’ordine dei
benedettini e aveva frequentato l’Abbazia di Cluny, diventando in seguito
consigliere di vari papi. Il suo aspetto dimesso e umile, contraddice, però, il
suo carattere poiché chi lo conosce bene lo definisce “pio con i miseri e
spietato con i potenti”: egli, col tempo, si rivelerà essere una delle
personalità più innovative del Medioevo.
A Ildebrando da Soana era stata affidata, fin da piccola, la
preparazione religiosa e culturale di Matilde e
con la sua pupilla aveva sempre avuto un rapporto privilegiato che si
era arricchito nel tempo con grande stima e affetto reciproci.
Papa Gregorio VII si guarda bene dall’annunciare la sua
elezione ad Enrico IV, né tantomeno di chiedere il suo consenso e, il 26 maggio
1073, invita Beatrice e Matilde ad assistere alla sua consacrazione in San
Pietro.
Malgrado ciò, il nuovo papa non ha intenzione di scontrarsi
apertamente con l’imperatore per cui manda varie ambascerie per convincerlo a
non opporsi alla sua elezione. Chiede anche alla vedova di Enrico III,
Agnese, che ormai vive a Roma, di andare
da suo figlio e rassicurarlo sulle migliori intenzioni del papa nei suoi
riguardi. Ma su una cosa non transige: Enrico IV deve rinunciare una volta per
tutte a investire i più alti rappresentanti del clero, riconoscendo che questo
privilegio spetta solo al papa.
Ed è proprio questo che Enrico IV non vuole concedere perché
da queste investiture ottiene favori, potere e danaro. Inoltre le terre dei
nobili ecclesiastici donate, alla loro morte ritornano nelle sue mani, quindi un ottimo strumento
per controbilanciare il potere che inevitabilmente acquisiscono. E, se venissero
a mancare queste investiture, gli verrebbe a mancare il suo stesso potere.
In questa opera di convinzione, il papa ha coinvolto molte
persone tra cui le sue più ferventi sostenitrici, Beatrice e Matilde, le quali
viaggiano senza sosta avanti e indietro da Roma, discutono direttamente con lui
gli affari della Chiesa, riverite e ascoltate per la profondissima fede, la
generosità, la disponibilità, l’influenza che esercitano sui nobili e sui
vassalli. Nel primo sinodo dopo
l’elezione del papa, che si svolge nel marzo del 1074, Beatrice e Matilde vi
partecipano. Hanno una tribuna vicino al trono pontificio e possono intervenire
ed esprimere il loro parere. A quel sinodo è presente anche il marito, Goffredo
di Lorena, che sostiene anche lui, come il padre, il Papa e la Chiesa
riformata, non per molto, però, perché di lì a poco passerà dalla parte
dell’imperatore.
Queste ambascerie sembrano aver portato i loro frutti perché
alla fine di settembre del 1073 papa Gregorio scrive a Matilde che l’imperatore
gli ha inviato parole piene di dolcezza ed obbedienza, ma soprattutto manderà a
Roma i cinque consiglieri scomunicati per discolparsi davanti a lui. Infatti, i
primi due anni di pontificato di Gregorio, Enrico IV sembra sottomettersi.
Enrico è un uomo cerebrale, astuto e sa calibrare i suoi sentimenti. Questo
atteggiamento, che all’inizio gli fa guadagnare la fiducia del Papa, lo
abbandona non appena riesce a sconfiggere i Sassoni. Enrico, sentendosi ormai
forte, cerca subito di riaffermare il suo potere nominando vescovi e abati in
Germania ma anche a Fermo e Spoleto.
Esasperato, l’8 dicembre del 1075 Gregorio VII scrive una
lettera durissima all’imperatore, la sua pazienza è finita. Per questo è
disposto ad affermare, una volta per tutte, la supremazia del papato
sull’imperatore attraverso un documento, il Dictatus
papae, inviato a tutti i sovrani d’Europa in cui precisa che, tra le altre
cose, al papa è lecito deporre l’imperatore e che non può essere cattolico chi
non è d’accordo con la Chiesa romana. Al documento aderiscono la Spagna,
l’Inghilterra, la Croazia, l’Ungheria, il regno di Kiev e anche i Normanni.
L’imperatore non ha nessuna intenzione di assoggettarsi e
convoca per il 24 gennaio 1076 una “dieta” che si terrà a Worms, presieduta dal
potente vescovo di Magonza a cui partecipano anche il duca Goffredo il Gobbo e
i vescovi simoniaci. Il marito di Matilde, in questa assemblea, si vendica
della moglie accusandola di essere l’amante del Papa. I presenti dichiarano
Gregorio VII indegno della tiara e lo scomunicano. A quel punto anche Enrico IV sarà scomunicato. Il pontefice gli
proibisce il governo di tutto il regno dei tedeschi e dell’Italia e scioglie il
vincolo di giuramento verso di lui di tutti i suoi sudditi cristiani.
La scomunica è grave sia per lo stesso papa, ma ancora di
più per l’imperatore che vede vacillare il suo trono poiché molti vescovi si
allontanano da lui. I Sassoni si ribellano e anche gli stessi principi tedeschi
lo sospendono dal potere. Inoltre la superstizione popolare vede nell’inverno
più freddo che abbia mai avuto l’Europa (anche il Po gela), il segno divino di
una maledizione verso il suo imperatore. Ecco perché quest’ultimo cerca di
ricucire lo strappo con papa Gregorio VII facendo affidamento anche sulla
cugina. Ad aiutare il papa, in questa storia, ci saranno in effetti tre donne:
Matilde e Beatrice di Canossa e l’imperatrice Agnese di Poitou, mamma di Enrico
IV, che dopo l’abdicazione a reggente
del figlio minore, si era ritirata a vivere in un convento a Roma. Saranno loro
tre ad intercedere presso l’imperatore.
A DISTANZA DI MENO DI UN ANNO MUOIONO SIA LA MAMMA CHE IL
MARITO
In due anni, dal 1076 al 1077 la vita di Matilde è flagellata da morti e da avvenimenti che la
vedono protagonista, come quello di Canossa o la dieta di Tribur. Infatti, nel
bel mezzo dello scontro tra papato e impero, il 18 aprile 1076 è morta l’adorata mamma. La contessa
Beatrice, che era già gravemente ammalata da circa un anno, sarà seppellita
nella chiesa di Santa Reparata di Pisa. L’ultimo atto che le due donne firmano
insieme è del 7 maggio 1075. Da quella data, tutte le decisioni vengono prese
dalla sola Grancontessa.
E, a meno di un anno, il 26 febbraio 1077, Goffredo di
Lorena, detto il Gobbo muore assassinato da mano ignota mentre era inerme,
accovacciato dietro ad un cespuglio. Un crimine che scuote tutta l’Europa
poiché egli era ritenuto un guerriero audace, generoso e potente ma che lascia
indifferente Matilde. La donna aveva
incamerato tanto odio verso quest’uomo da non voler nemmeno dire una messa per
lui, lei così pia! Un atteggiamento che lo stesso papa commenta con stupore con
il vescovo Ermanno di Metz, lui che la conosceva fin da piccola. I suoi nemici, ben lieti di gettarle del
fango addosso, l’accusano, invece, di essere stata lei a inviare il
sicario.
Nella sua veste di paladina del papato, Matilde, seppellita
la madre, partecipa anche a Tribur alla
“dieta” dei principi tedeschi, che si sono dati appuntamento lì ad ottobre per
giudicare l’imperatore scomunicato. I principi e i vescovi tedeschi hanno modo
per la prima volta di giudicare la nobildonna che il Gobbo, durante
un’assembla, aveva definito “donnetta”, amante del Papa. Infatti la feudataria
che parla nella loro lingua, ha una tale capacità di mediazione da riuscire a conciliare,
con grande eloquio, le due parti,
difendendo sia il papa che il cugino. Ad Enrico IV, offre, infatti, una via
d’uscita con la possibilità di riprendersi il trono, liberandosi dalla
scomunica attraverso un atto di sottomissione. Questa proposta le farà
acquisire, agli occhi del nobili germanici, la credibilità e la legalità che il
marito le aveva fatto perdere. Dopo questo intervento, saranno molti gli
elettori presenti che la acclameranno. La decisione che verrà presa a Tribur sarà quella indicata da
Matilde, ovvero di indire una nuova dieta ad Augusta il 2 febbraio del 1077,
presieduta dal papa, alla quale deve presentarsi in giudizio Enrico IV.
CANOSSA PER QUALCHE GIORNO AL CENTRO DEL MONDO CRISTIANO
Come visto, grazie a queste intermediazioni, a Roma e in Germania si addiviene ad un
compromesso: un incontro tra il penitente imperatore e Papa Gregorio VII. Enrico IV si dovrà
inginocchiare ai suoi piedi e chiedergli perdono. Solo così potrà riacquistare
il suo regno. Questo incontro, previsto
il 2 febbraio ad Augusta, prima della data di scadenza della scomunica, si
svolge invece nel castello di Canossa durante il più freddo inverno che non ci
sia mai stato, quello del 1077. Matilde ha accolto nella sua dimora sia l’Abate
Ugone di Cluny, grande sostenitore della Chiesa riformata e testimone di questo
ravvedimento, che il Papa che si stava
recando all’appuntamento di Augusta e che, arrivato a Mantova, aveva ricevuto
la notizia che Enrico IV, forse per evitare una più cocente umiliazione davanti
ai principi germanici, gli stava venendo
incontro. Ma vogliono assistere a questo epico appuntamento anche il suo grande
amico, il vescovo Anselmo di Lucca, la contessa Adelaide di Savoia, madre di
Berta e suocera di Enrico IV, nonché gli abati di San Benedetto, Frassinoro e
Nonantola, tra i più fedeli vassalli della contessa. Ad immortalare la scena,
in una miniatura, ci penserà il monaco Donizone, sua biografo e incondizionato
ammiratore.
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Matilde e Donizone alla sua destra |
Fermo a pochi chilometri dall’imprendibile fortezza di
Canossa, Enrico IV, con la sua armata, invia messaggeri con suppliche al papa.
Anche Matilde ̶ che è andata ad
incontrare Enrico a Bianello dove si trova
con la moglie Berta, il figlioletto Corrado e il suo seguito ̶ intercede a favore del cugino, ma Gregorio
VII, che lo conosce bene, fa passare i giorni senza dare risposta: le parole
non bastano, l’imperatore
deve pentirsi veramente. Poi, la risposta del papa arriva cocente: sarà
l’imperatore ad andare a Canossa, per
penitenza sarà spogliato di tutti i suoi simboli imperiali, vestito di un saio
di lana, scalzo, dovrà aspettare in preghiera, sotto il muro del castello:
passeranno tre lunghissimi giorni e notti al gelo prima che il Sommo pontefice chiami
la pecorella smarrita. Infatti, il 28 gennaio la contessa lo raggiunge, lo
aiuta ad alzarsi e annuncia a Enrico IV che il papa lo attende. L’imperatore si
inginocchia ai piedi del pontefice e piange forte le sue colpe. Il papa lo fa
alzare e poi tutti si avviano verso la chiesa di Sant’Apollonio, costruita sul
fianco sud della rupe di Canossa, dove viene celebrata la messa della
riconciliazione.
Una riconciliazione, come vedremo, che non durerà a lungo
perché Enrico IV non è uomo di parola, ma un monarca che agisce solo ed
unicamente in base ai suoi interessi di regno. Inoltre il papa ha revocato la
scomunica, ma non la dichiarazione di decadenza dal trono, ragion per cui, il
15 marzo di quell’anno il duca di Svevia, Rodolfo di Rheinfelden, viene eletto
re da alcuni principi tedeschi guidati dall’arcivescovo di Magonza Sigfrido.
MATILDE E’ RIMASTA DAVVERO SOLA A GESTIRE IL SUO FEUDO
Subito dopo la morte del marito, la contessa era corsa in
Lorena per mettere a posto la difficile faccenda dell’eredità. Intanto
l’imperatore si era già ripreso il ducato di Lorena per il figlio Corrado.
Grazie al vescovo di Verdun, Teodorico, a cui chiede di appoggiarla nelle sue
pretese di legittima sposa, riuscirà solo
a strappare a Goffredo di Buglione la contea di Anversa e la marca di
Verdun che sarà data al conte Alberto di Napur da lei scelto tra i parenti
materni.
Matilde ha solo 31 anni ma sembra averne vissuti 100 per
tutti gli avvenimenti che si sono
susseguiti da quando, nel lontano 1052 è
morto il padre Bonifacio lasciandola erede del suo impero.
Ora che l’adorata madre non c’è più per consolarla, non le
rimane che raccogliere tutte le energie perché sa che la gestione del suo
variegato feudo richiede sforzi immani. L’unica nota positiva per lei è la
vedovanza: non era mai riuscita a scacciare il rancore che provava per Goffredo
il quale, nell’intimità, la trattava come una sgualdrina. Aveva sofferto troppo
in quei due anni trascorsi a Verdun. La morte della figlioletta di pochi mesi,
Beatrice, era stato il colpo finale, il
dramma più crudele della sua vita. Solo nella penombra di una chiesa o di un
convento riusciva a trovare la pace che aveva sempre cercato ed era lì che
avrebbe voluto ritirarsi per sempre, ma i suoi obblighi dinastici non glielo
permettevano.
IL PENTIMENTO DELL’IMPERATORE DURA IL TEMPO CHE TROVA
La donna non ha tempo per crogiolarsi nel dolore, è troppo
implicata nella guerra delle investiture: sa di combattere a fianco di Gregorio
VII una battaglia giusta contro il suo stesso imperatore, per la rinascita di
una Chiesa riformata guidata da uomini di fede e non da uomini di potere. La contessa sa perfettamente che
l’imperatore è inaffidabile e potrebbe ritornare sulle sue decisioni. Ci sono
troppi interessi intorno alle investiture.
L’’astuto Enrico IV, infatti, appena ritornato in Germania,
forte del perdono papale, comincia a dar battaglia ed accanirsi contro i
principi che gli avevano voltato le spalle e riprende, come prima, a conferire
cariche ecclesiastiche in cambio di denaro o di favori. Ecco perché sarà
scomunicato per indegnità da Gregorio VII per la seconda volta.
Ma stavolta l’imperatore non si lascia fare. Il tempo di
riorganizzare il suo esercito e di creare alleanze, anche con i nobili italiani
e i vescovi simoniaci che gli erano rimasti fedeli ̶ morto il suo rivale Rodolfo di Svevia ̶ ed eccolo sbaragliare i nemici e scendere
fino a Roma dove depone Gregorio VII, costretto a fuggire in esilio a Salerno e
mettere sul trono pontificio Clemente III. La vendetta non è finita poiché
Enrico, dopo la clamorosa sconfitta che i nobili e i prelati dell’Italia del
Nord ostili alla contessa di Canossa le hanno fatto subire, decide di bandire dall’impero Matilde e di
privarla di tutte le sue funzioni: decadrà anche dal suo alto rango.
Un’umiliazione terribile, tanto più che città come Lucca e Pisa le voltano le
spalle, ma anche Reggio e Modena saranno
governate da vescovi imperiali, costringendola a rifugiarsi nei suoi castelli
appenninici. Siamo tra il 1080-81.
MATILDE LA GRANDE GUERRIERA
Da quella data in poi Matilde apre un braccio di ferro con
l’imperatore. Saranno battaglie continue che dimostrano la sua forza di
carattere, la sua capacità di tenere testa ad un esercito ben più grande del
proprio, la sua incrollabile fede nel bene della giustizia divina. Battaglie
che affronta a malincuore, convinta, da uomini
che lei ritiene giusti e dotti, che
la guerra è la cosa migliore da fare per la cristianità.
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Matilde con il suo cavallo |
La contessa-guerriera, fin da piccola, come detto, è stata
addestrata alle armi e sembra aver partecipato, in prima persona con il
padrigno, Goffredo di Lorena, ancor prima che scoppiasse il convulso conflitto
tra sacerdotium e imperium, ad almeno due scontri armati
contro i Normanni.
Alla fine della sua vita, quasi sempre sola, Matilde viene a
trovarsi in una posizione di grande responsabilità avendo ereditato un
organismo pubblico vastissimo, ma
soprattutto eterogeneo. Ella passa gran parte del suo tempo in spostamenti che
la vedono percorrere luoghi del suo stato vicini e lontani come, per esempio,
quelli in Lorena.
Malgrado la mentalità medievale dell’epoca, che non
accettava una donna potente senza un marito o dei figli adulti vicino, a meno
che non fosse una monaca, la Grancontessa è talmente abile che riuscirà a
rimanere a galla anche quando i seguaci dell’imperatore non le risparmieranno i
più infamanti insulti come quello di aver voluto la morte del marito o di
essere l’amante di Papa Gregorio VII o di quel sant’uomo di Anselmo, vescovo di
Lucca, rifugiato presso di lei, che si sente in dovere di difendere la
reputazione della donna, e la sua, nel “Libro contro Viberto”. Va sottolineato
che la contessa ha sempre avuto un rapporto fraterno di stima e d’intesa con
questi due eminenti personaggi e, quindi, la maldicenza aveva facile presa in
una situazione come la sua.
MATILDE LA VENDICATIVA
E venne per lei il giorno della riscossa. Dopo le varie vittorie di Enrico IV che aveva
assediato Roma per sette mesi ed era riuscito ad entrarvi il 24 marzo del 1084,
Roberto il Guiscardo, che sosteneva anche lui la Chiesa romana, pochi mesi
dopo, con un’armata di ben 30 mila uomini riesce a cacciare l’imperatore dalla
città eterna. A quel punto anche Matilde prende l’iniziativa e riconquista le
sue roccaforti sul Po, infliggendo una dura sconfitta alle truppe dei vescovi
scismatici, con la conquista di Nonantola e del suo monastero. La donna
riprende anche le sue attività diplomatiche inviando una lettera ai principi
tedeschi per metterli in guardia contro Enrico IV. La contessa sa amare appassionatamente ma,
una volta abusato della sua fiducia, sa anche odiare profondamente. Ed è quello
che succede con Enrico IV che lei aveva sempre
aiutato come un fratello. Le calunnie su di lei da parte del cugino
l’avevano ferita profondamente e, da quel momento, lui sarà il suo peggiore
nemico. I castelli dei Canossa daranno ospitalità, come vedremo, a tutti quelli
che si opporranno all’imperatore.
Il rudere del castello di Canossa |
MUORE PAPA GREGORIO VII
Quando l’antipapa Clemente III è sul trono pontificio di
Roma, il 25 maggio del 1085 Papa Gregorio VII muore in esilio a Salerno. Un
lutto terribile per Matilde che vede così venir meno la figura più carismatica
per lei. Il papa, infatti, come un padre, aveva sempre saputo guidarla e
sostenerla nelle difficili scelte delle politiche dei suoi feudi, indicandole
la strada santa del Signore. Di lì a poco muore anche Roberto il Guiscardo, che
teneva a bada le armate dell’imperatore.
La contessa, ora più che mai dovrà seguire la sua via con il
cuore indurito dagli anni. Infatti, non esita
a lanciarsi di nuovo in battaglia per riprendere i suoi domini padani,
approfittando dell’assenza dell’imperatore. Ma briga anche a Roma per far
eleggere un nuovo papa al posto di Gregorio VII. Sarà Vittore III che verrà
eletto dai cardinali presenti nella città eterna nel 1086. E, a quel punto, a Roma ci saranno due papi
sostenuti da fazioni opposte. Vittore, con l’aiuto prezioso di Matilde, si
insedia in San Pietro, mentre Clemente si rifugia nella chiesa di S. Maria ad
Martyres (Pantheon). Però, ben presto,
la sua malferma salute e i sostenitori
dell’antipapa che danno battaglia, costringono Vittore III ad abbandonare Roma
per Cassino, dove muore poco dopo, il 16
settembre 1087.
Per la scelta del successore questa volta il clero
filogregoriano non ha dubbi, sarà il francese Oddone di Ostia (Ottone di
Lagery), che Matilde conosce dal perdono di Canossa poiché fu lui ad
accompagnare l’Abate di Cluny da lei. Egli assume il nome di Urbano II. Sarà
papa di Roma dal 1088 fino al 1099, anno della sua morte. Mentre l’antipapa
Clemente III sarà costretto a rifugiarsi a Castel Sant’Angelo.
MATILDE, QUARANTENNE, SI RISPOSA CON UN ADOLESCENTE
À la guerre comme à la guerre,
sembra il motto scelto da Matilde contro l’imperatore. Infatti, come detto, la
contessa non esiterà ad accogliere nei suoi castelli i sostenitori della riforma banditi
dall’imperatore come Ermanno di Metz o Anselmo da Baggio ma, anche più grave,
la seconda moglie dell’imperatore stesso, l’imperatrice Prassede (Adeladide da
Kiev), che si rifugia presso Matilde dopo essere fuggita dal marito accusandolo
di comportamenti disgustosi nei suoi riguardi.
Un ritratto di Matilde di Canossa |
Intanto Enrico IV, abituato agli alti e bassi della sua
reggenza, ha ripreso forza e sta scendendo in Italia. Matilde ha bisogno di
alleanze, lo sa lei e lo sa il papa che
teme l’arrivo dell’armata dell’imperatore che vuole cacciarlo per rimettere sul
trono pontificio Clemente III. Ecco
perché cerca in tutti i modi di convincere la donna a risposarsi poiché solo
con l’aiuto di altre forze armate potrà resistere agli attacchi di Enrico IV.
La scelta cade sull’erede di Guelfo IV di Baviera, il più accanito nemico
dell’imperatore di Germania e sostenitore tedesco della Chiesa cristiana. Per
il bene della Chiesa, con la morte nel cuore
̶ non avendo altra alternativa ̶ la contessa accetta. Guelfo, che si chiama
come il padre, è
soprannominato il Pingue, ed ha solo 16 anni, mentre la contessa viaggia per i
suoi 43 anni.
Un matrimonio improbabile che mette sulla bocca dei suoi
avversari lazzi e sfottò e che scandalizza i benpensanti. Il ragazzo è
terrorizzato da Matilde poiché gli hanno detto che ha il ventre da strega. Ma
probabilmente egli è anche impotente, infatti morirà senza aver generato figli.
Urbano II non aveva torto: la guerra si rivela lunga e
difficile e non basta il coraggio di Guelfo, che in battaglia riacquista
l’onore perduto in camera da letto, per sconfiggere facilmente i nemici, anzi,
sarà vinta solo in extremis dalla Contessa. Quando tutto sembrava orami perso,
infatti, una profezia dell’eremita
Giovanni che vive nell’eremo di Marola
spinge la donna a continuare la guerra.
E, come per miracolo, quando l’armata di Enrico IV sta per avere la
meglio, una fittissima nebbia cala all’improvviso facendo perdere
l’orientamento alla sue truppe che si stavano dirigendo verso Canossa. Quello è il segno divino
profetizzato dall’eremita, che permetterà la vittoria della contessa e i suoi
castelli continueranno, meglio di qualsiasi armata, a difenderla come sempre
dal nemico.
Dopo questa sconfitta, l’imperatore si ritira a svernare a Verona. E, l’anno dopo,
Matilde riprende Governarolo e Rivalta e, città come Milano, Lodi, Cremona o
Piacenza si riavvicinano alla contessa, sottraendosi al controllo imperiale.
CORRADO IL PRIMOGENITO DI ENRICO IV SI RIFUGIA DA MATILDE
Una doppia sconfitta che mette in subbuglio la famiglia
dell’imperatore poiché vede ribellarsi il primogenito Corrado che si rifugia
presso Matilde, e, come già detto, anche la seconda moglie di Enrico IV,
Prassede, nel 1094 viene liberata da Matilde e portata a Canossa, dopo che il
marito l’aveva segregata a Verona. Questi due avvenimenti fanno capire che
Matilde ha chiuso per sempre con il cugino-imperatore e che ha un solo
desiderio: annientarlo politicamente. Il papa e la contessa propongono
all’ambizioso rampollo reale, che scalpita per salire sul trono, di togliere il regno d’Italia al dominio di
suo padre e di insediarvisi. Corrado vi riuscirà poiché vi regnerà dal 1093 al 1101 anno della sua improvvisa morte a
Firenze.
Intanto, lo stesso anno dell’incoronazione di Corrado,
Guelfo di Baviera, venuto a conoscenza di un testamento che Matilde lascerebbe
tutta la sua eredità alla Chiesa, chiede la separazione dalla donna poiché non
c’è per lui più nessun motivo per tenere in piedi un legame di convenienza. Con
la corona d’Italia saldamente in testa a Corrado, anche il papa non ha più bisogno della sua
armata e, quindi, questo matrimonio verrà annullato perché non consumato.
LA DONNA E’ ORMAI SOLA A GESTIRE IL SUO FEUDO
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Matilde da una miniatura |
Negli ultimi 10 anni della sua vita, la grancontessa, grazie
al figlio dell’imperatore Enrico IV, Corrado, cambia politica prevalentemente
filopapale e si riavvicina di più alla famiglia imperiale di Franconia,
riacquistando in pieno il suo ruolo feudale
Sembra che la grancontessa, dopo aver perso tutti i suoi
affetti più cari abbia deciso, nel 1099 di adottare come figlio il conte Guido
Guerra, fiorentino. Un ragazzo che le ricordava probabilmente il periodo felice
della sua infanzia per l’ardore e la voglia di vivere e che, per il suo valore,
veniva chiamato “Guerra”. Egli sembra le
sia stato accanto fin quasi alla fine della sua vita ma, a partire dal 1108,
non figura più come “filius adoptivus”.
L’imperatore Enrico IV, che morirà in solitudine nel 1106, verrà deposto dal suo secondo figlio che salirà sul trono con
il nome di Enrico V: sarà il quarto e ultimo imperatore del Sacro Romano Impero
della dinastia salica.
Si susseguiranno anche i papi e, dopo Urbano II, sarà la
volta di Pasquale II: saranno ben 12 i papi della Chiesa romana che
incroceranno la vita di Matilde di Canossa, esclusi gli antipapa.
La contessa ormai vecchia non riesce più ad accorrere in
Vaticano ogni volta che c’è bisogno di lei come quando il giovane Enrico V, che
malgrado tutto continua la politica paterna delle investiture, scende a Roma
per farsi incoronare da Papa Pasquale II. Matilde lo riceve nel suo castello di
Bianello e non interviene direttamente nell’accordo tra i due che sarà siglato
successivamente a Sutri il 4 febbraio 1111.
Accordo che anche lui come il genitore, romperà successivamente facendo
prigionieri sia il papa che i suoi più stretti collaboratori, liberandoli solo
dopo aver ottenuto l’autorizzazione alle investiture.
Ed è a Bianello che Enrico V, in cambio probabilmente
dell’eredità della contessa (vedi beni allodiali), le restituirà tutti i poteri
pubblici che l’ex imperatore le aveva tolto, una eredità che, dopo la sua
morte, è stata motivo di lunga disputa tra i papi e gli imperatori che la
rivendicavano poiché la contessa aveva precedentemente delegato tutti i suoi
possedimenti alla Chiesa con una clausola, però, che le consentiva di
modificare tutto.
Il castello di Bianello in lontananza |
Il giovane imperatore la reinveste anche dell’altissimo
titolo di sua vicaria d’Italia e le promette la non ingerenza negli affari
della rivoltosa Mantova. Matilde chiede
all’imperatore, che non aveva dato degna sepoltura al padre, di seppellirlo
nella cattedrale, un gesto estremo di perdono verso il cugino e che Enrico V
ascolta.
GLI ULTIMI ANNI DELLA CONTESSA
Dopo essere ritornata nel pieno dei suoi poteri, la contessa
Matilde continua ̶ come ha fatto durante tutta la vita ̶ l’attività
di gestione dei suoi averi e di riaffermazione del potere. E, di questa donna
colta che ha saputo gestire oculatamente il suo territorio, rimane a noi
posteri la sua firma molto particolare, inusitatamente modesta, dove non sono
elencati, come dovrebbero, tutti i suoi titoli nobiliari. Vi è semplicemente
scritto: “Mathilda Dei gratias si quid est”, ovvero “Matilde, che è qualcuno
solo per grazia di Dio”.
Firma di Matilde di Canossa |
Tra i vari compiti verso i suoi vassalli, svolge quelli
assistenziali in favore delle popolazioni,
le elargizioni per costruire ospedali per gli appestati e ospizi per i
pellegrini e le donazioni di beni per gestire abbazie e chiese, in particolare
quelle locali tra cui, in primo piano, il monastero di San Benedetto in
Polirone, fondato da un suo avo e gestito poi dall’Abate di Cluny, una figura che tanta influenza ha avuto su si
lei e, che è dunque tra i suoi preferiti. E’, infatti, tra i suoi ultimi atti,
quello di rendere indipendenti i confratelli di quell’ Abbazia, stabilendo che
a eleggere l’abate siano loro e non più il feudatario. Ecco perché è qui che la
donna vuole essere sepolta poiché l’abate, più di qualsiasi altro, rispecchia
il pensiero di fede e di politica che ha sempre portato avanti.
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Uno dei castelli matildici meglio conservati, quello di Sarzana RE |
E le battaglie che deve condurre contro le città che si
ribellano non si arresteranno mai, fino all’ultimo anno della sua esistenza, in
particolare Mantova, la capitale del suo regno, la città che più l’ha
contrastata e che è riuscita a riconquistare dopo la partenza di Enrico V,
grazie al trattato di non ingerenza. E’, infatti, bastato che si spargesse la
voce della morte della grancontessa perché i mantovani insorgessero di nuovo
contro il giogo dei Canossa. Solo che l’indistruttibile guerriera, appena
ricevuta la notizia, con le ultime forze riesce a sconfiggere di nuovo la città
che deve poi prestarle giuramento di sottomissione. Siamo a fine 1114. Pochi mesi dopo, il 24 luglio 1115, Matilde
di Canossa, gravemente ammalata, muore a Roncone di Bondeno, una piccola corte
rurale dove lei ha scelto di finire i suoi giorni. Avrebbe voluto essere ospitata nella badia di San Benedetto in Polirone, ma lì non erano
ammesse donne. Chiede di essere
imbalsamata e vestita con la veste
rossa, il mantello bianco, le pantofole ricamate e sul capo un velo bianco da monaca.
Ad assisterla fino all’ultimo soffio, vi sarà il vescovo di
Reggio Emilia, Bonsignore.
Scrive di lei il monaco Donizone, suo biografo e
incondizionato ammiratore che visse alla sua corte:
« Matilde,
splendente fiaccola che arde in cuore pio. Aumentò in numero armi, volontà e
vassalli, profuse il proprio principesco tesoro, causò e condusse battaglie. Se
dovessi citare ad una ad una le opere compiute da questa nobile signora, i miei
versi aumenterebbero a tal punto da divenire innumerevoli come le stelle. » (Donizone, Vita
Mathildis, libro II, prologo II).
Tutto quanto io posso cantare di una
donna si' grande
e' sempre meno di quanto ella
meriterebbe:
lo sappia il popol con me e sappiate
che puo' essere solo ammirata.
Ella e' luminosa quanto e' fulgido
l'astro di Diana;
la fede l'illumina, la speranza
l'avvolge in modo mirabile,
e abita in lei il dono maggiore, la
carita'.
MATILDE L’IMMORTALE
Qualsiasi storia finisce con la morte del suo protagonista.
Ma non quella di Matilde di Canossa perché, cinque secoli dopo, un papa si
ricorderà di lei, del ruolo che ha avuto nella battaglia tra papato e impero.
E’ Urbano VII che sta vivendo le stesse vicissitudini di Papa Gregorio VII e,
anche lui, deve affermare il potere della Chiesa su quello temporale.
Probabilmente, questo papa romantico, che ha scritto varie opere tra cui “La strega innamorata” dove vi si
racconta la storia di un amore platonico tra un papa e una nobildonna e che
avrebbe probabilmente voluto al suo fianco una donna battagliera come la
grancontessa, decide di trafugare la sua salma e portarla a Roma, in Vaticano,
luogo che ritiene spetti di diritto ad una persona che si è battuta tanto per
la Chiesa.
L’operazione non è facile perché sottrarre la nobildonna
alla venerazione della sua popolazione sembra cosa ardua, ma l’Abbazia di San
Benedetto in Polirone sta attraversando momenti difficilissimi: sono appena
calati i terribili Lanzichenecchi e la peste sta decimando la sua popolazione.
I 6.000 scudi proposti dal Papa per questo trafugamento sono una manna per
l’abate che concede il nulla osta. Il corpo della contessa sarà in un primo
momento collocato a Castel Sant’Angelo.
Aperta la tomba, con stupore i presenti constatano che la
grancontessa sembra viva: essi vedono un corpo integro, la bocca spalancata con
denti ancora bianchi e i lunghi capelli tra il rossiccio e il biondo che
avevano fatto la bellezza di questa grande dama.
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Il monumento del Bernini a Matilde di Canossa |
Nel 1645 i suoi resti trovano definitiva collocazione nella
Basilica di San Pietro in Vaticano. La sua bellissima tomba, scolpita dal
Bernini, è detta "Onore e Gloria d'Italia" e si trova collocata proprio all’interno
della basilica. Solo tre donne sono sepolte in Vaticano: lei, le regina
Cristina di Svezia e Carlotta regina di Cipro.
MATILDE NELLA LETTERATURA:
Anche Dante si occupa della figura di questa grancontessa e
ne fa un personaggio nella Divina commedia, raffigurandola in Matelda, la donna
che nel Purgatorio accompagna il poeta nel percorso verso il Paradiso fino
all'incontro con Beatrice. Ella viene descritta come una donna sola, che canta dolci melodie ed
intreccia collane di fiori, con grazia e tristezza allo stesso tempo, ed è
forse questo che connota la figura di Matilde: una profonda solitudine vissuta
con la rassegnazione di un destino già segnato.
Barbara Bertolini©2015 tutti i diritti riservati.
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Barbara Bertolini©2015 tutti i diritti riservati.
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Bibliografia:
Sull’enciclopedia
Treccani (DBI) e Wikipedia, sono state consultate tutte le voci attinenti a
questa biografia come la lunga lista dei papi, i vari imperatori germanici del
suo tempo, i personaggi che hanno attraversato la vita di Matilde come Goffredo
il Gobbo e suo padre, la mamma Beatrice di Lorena, l’abate Ugo di Cluny ecc…
Inoltre
sono stati consultati:
Donizone,
Vita Mathildis, libro II, prologo II
TONDELLI
Leone, Matilde di Canossa, Nizzocchi,
Reggio Emilia 1915
AAVV, Storia del mondo medievale, Cambridge
University, Garzanti, 1983 Milano
FUMAGALLI
Vito, Potenza e solitudine di una donna
del Medioevo, Il Mulino, Bologna 1996
LE
GOFF Jacques, La civiltà dell’Occidente
medievale, Einaudi, Torino 1999
FERRI
Edgarda, La grancontessa: vita, avventure
e misteri di Matilde di Canossa, Oscar Mondadori, 2004 Milano
GOLINELLI
Paolo, voce Matilde di Canossa in
DBI, vol. 72, Treccani, Milano 2008
ZANGHI
Sara, Matilde, come una leggenda,
Luciana Tufari Editrice, Ferrara 2008
Link:
Cara Barbara, sei riuscita nell'ardua impresa di dipingere un affresco completo di uno dei periodi medievali più ingarbugliati e oscuri; perciò, onore al merito! Rita F.
RispondiEliminaGrazie amica mia, la storia della Grancontessa Matilde mi ha appassionata ed ho voluto capire ed approfondire io stessa il suo periodo per poterlo poi raccontare...
EliminaColpita è dir poco! Barbara questa volta ti sei superata. Grazie per lo splendido ritratto che hai saputo darci di questa donna esemplare. Matilde di Canossa è un super esempio di capacità che spaziano ovunque. Ho letto il tuo scritto durante un viaggio e non mi sono resa conto che ero arrivata. Speciale , coinvolgente, colto per finezza di storicità. ..Non Ho davvero Parole. ALMA@ Tua fan!/
RispondiEliminaMamma mia Alma, troppa grazia! E' il personaggio che è davvero eccezionale. Sentiamo parlare di lei da quando eravamo piccole ma sono pochi quelli che conoscono veramente la sua storia. Matilde è forse la prima donna veramente europea. Sono sicura che ora guarderai i suoi castelli sparsi in tutta l'Emilia con molta più curiosità. Grazie, kiss, bb
Eliminabenissimo!
RispondiEliminaNata in una terra in cui ogni castello ricorda il nome di Matilde di Canossa, Barbara voleva solo farla conoscere nel modo più semplice e accattivante a sua madre e alle sue amiche emiliane. Poi, iniziate le sue ricerche storiche,è stata travolta e affascinata lei stessa dalla scoperta del mondo medievale e delle complesse vicende del suo personaggio. Di qui è venuta fuori una sintesi ricca e appassionata che è andata oltre le sue intenzioni e che forse la sua anziana madre farebbe fatica a leggere. Ma sono certa che Barbara vorrà raccontargliela di persona, questa storia, e che la sua voce sarà animata dallo stesso entusiasmo che trapela dalla sua scrittura.
RispondiEliminaGrazie Gabriella, conosci bene le mie intenzioni ed hai indovinato il procedere delle ricerche su Matilde di Canossa che credevo concludere in poche pagine... Ma non avevo fatto i conti con la storia medioevale che, come una Matrioska, ne racchiude tante altre dentro. Anche mia madre, come hai ben pensato, è stata soggiogata da questa donna sorprendente. Barbara
EliminaBarbara, io vivo sulla via benedettina che da canossa portava a lucca per gli appennini. Mi sto battendo per tenere viva la via medioevale. Contattami. Cerca B&B Rosa Cusna. Grazie
RispondiEliminaGreat blog post, thanks for sharing
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