(1869
Olgossa, Sudan - 1947 Schio, Vicenza), una santa africana
di Barbara
Bertolini
«Dai suor Moreta contéme ncora ela storia. No
volemo favole, volemo quea dela sciava nereta». Non si
stancavano mai di ascoltare la storia della sua vita questi benedetti
toseti.
Suor Giuseppina, al secolo Bakhita nome che, come
vedremo, non era nemmeno il suo, aveva
avuto una vita davvero avventurosa e aveva incontrato sul suo cammino personaggi
più cattivi di Barbablù e Mangiafuoco
messi insieme. Una di quelle storie che scuotono i sentimenti e fanno versare
fiumi di lacrime. Ecco perché i suoi bambini reclamavano in veneto, lingua che
aveva imparato venendo in Italia, sempre e solo la storia della sua vita.
Bakhita non amava raccontarla perché era costretta a
riportare alla memoria fatti che avrebbe voluto seppellire per sempre ora che
era una donna libera. Libera infine di decidere del suo destino, di avere dei
desideri, di poter sostare a parlare con chiunque senza incorrere in punizioni.
Era insomma riuscita ad acquisire quella libertà che quasi tutti hanno ma,
proprio per questo, non l’apprezzano.
Lei, invece, sapeva benissimo che cosa significava essere schiavi, avere un padrone che decide
per te e tu devi fare tutto quello che ti ordina, anche le cose più
orrende, perché ti ha comperata, sei
sua, come il suo cane, il suo cavallo, il suo fucile: sei un oggetto nelle sue
mani e lui da te può pretendere tutto.
Questa era, fino al suo arrivo nel Veneto, la condizione di Bakhita.
Bakhita, di pelle nera,
è nata intorno al 1869 nel villaggio d’Olgossa nella tribù nubiana dei Daju, un piccolo
villaggio del Darfour nel Sudan
occidentale che alla sua epoca doveva essere una regione molto verde. I primi
anni dell’infanzia saranno bellissimi. Nel villaggio la bimba cresce sana,
circondata dall’affetto di tutti, con un padre ed una madre amorevoli: due sorelle e tre fratelli completano questo
quadro familiare.
La schiavitù è una piaga di cui tutta l’Africa soffre da
tempi immemori. Una pratica millenaria che in certi paesi africani ha portato
grande benessere, come in Guinea che, grazie al commercio degli schiavi, alla
fine del XIX secolo giunse ad avere un quarto degli introiti del Regno Unito
che all’epoca era la più grande potenza economica del mondo. Fu la rivoluzione
francese a far prendere coscienza dell’aberrazione di questa pratica,
rivoluzione che portò i diritti umani in primo piano e, da allora, poco a poco, tutti i paesi europei giunsero
ad abolire la schiavitù. In molti paesi dell’Africa, invece, come Mauritania,
Ciad, Sudan, Niger, per esempio, essa continuò e continua, in certi
luoghi, anche al giorno d’oggi, dove
vengono rapiti bambini per farne carne da macello per le guerre che
insanguinano l’Africa.
CATTURATA COME SCHIAVA
Nella famiglia di Bakhita si temevano i mercanti di schiavi
che rapivano bambini o giovani adulti per venderli. Nel Sudan il lupo delle nostre favole era
travestito da negriero, era questo uomo cattivo ad abitare gli incubi dei
bambini. Infatti i genitori
raccontavano: «Bimba mia stai attenta perché ti metteranno un collare attorno
al collo e delle catene alla caviglia e non potrai più correre nella savana, ti
venderanno ad un uomo che ti comprerà come del carbone da buttare sul
fuoco…».
Già due anni prima del rapimento di Bakhita, sua sorella
gemella era stata catturata e non si era saputo più nulla. Ma, si sa, i bambini
sono ingenui e, appena si presenta una persona che al primo approccio sembra
benevola, non fanno scattare l’arma della diffidenza e si lasciano intrappolare
con facilità nelle loro rete. Ed è
quello che è successo a Bakhita che, in compagnia di un’amica più grandicella,
incontra i suoi carnefici. Lei ha intorno agli otto-nove anni (non ricorda bene
la sua età) ed è una bella bambina piena di vita. Probabilmente i negrieri,
pastori nomadi arabi venuti dal Kordofan che vivono di questo commercio,
l’avevano già adocchiata ed aspettavano il momento propizio per rapirla.
Momento che si presenta quando le due
bambine vanno nei campi circostanti alla ricerca di erbe per cucinare. Sono
allegre, spensierate e tutto sembra sorridergli in quella giornata
luminosa.
Due uomini cordiali, piene di belle attenzioni, rivolgono
la parola alla più grandicella che ha
circa 12 anni. Le chiedono di permettere alla più piccola di andare con loro
nella vicina foresta perché guarda caso hanno un involucro per lei che si sono
dimenticati lì. Le dicono di rincasare tranquillamente perché la compagna
ritornerà subito da sola. Questa raccomandazione è per impedirle di gridare e
attirare l’attenzione dei paesani. Ed è
lì che il destino gioca la sua parte. Bakhita non rivedrà mai più i suoi
genitori, vivrà una vita molto simile all’inferno fino all’adolescenza e poi,
inaspettatamente, le si spalancheranno le porte del paradiso perché lei, nata
di fede animista, diverrà una santa cattolica: Santa Giuseppina Bakhita.
MA
RIPARTIAMO DAI MALVIVENTI: COMINCIA
L’ODISSEA DI BAKHITA
I negrieri fanno presto a mutare atteggiamento. Arrivata
vicino al bosco la bambina capisce che non c’è nessun involucro per lei e
quando scoppia a piangere i due le dicono con fare minaccioso e il fucile
puntato: «Se gridi ti ammazziamo
subito». Lei vuole divincolarsi e
urlare, ma è talmente traumatizzata che non riesce a muovere un muscolo. Quando
le viene chiesto come si chiama, non le
esce nemmeno un suono dalla bocca. Ed è così che uno dei due, per scherzo,
decide di chiamarla Bakhita, che in arabo significa “la fortunata”. Un nome
beffardo, dato per caso, ma che sarà
invece un segno dal destino.
I due arabi si devono allontanare il più velocemente
possibile da quel luogo, ecco perché strattonano la bimba e la fanno camminare
velocemente malgrado il terreno accidentato, i rovi e le spine che la
feriscono. Bakhita piange disperatamente ma i negrieri vedono in lei solo il
futuro guadagno, quindi nessuna pietà per questa negretta piagnucolosa. Si
fermano solo quando arrivano in un prato pieno di cocomeri, frutto che cresce
in abbondanza nel Darfur da febbraio a marzo. L’anno è probabilmente il 1878.
Offrono anche a lei quel frutto ma la bambina non riesce ad
ingurgitare nulla. Comincia ad albeggiare quando si arriva infine nel loro
villaggio ancora addormentato. La bimba viene chiusa in un bugigattolo nella
casa di uno dei due e, come ricorda lei, questo stanzino era «Pieno di arnesi e di rottami e non vi erano né
sacchi né letto. Il nudo terreno doveva servire a tutto»
. Le viene lanciato un tozzo di pane e le si chiede di rimanere lì buona, mentre
la porta viene chiusa con un lucchetto.
In quel bugigattolo sarà rinchiusa per un mese e vedrà
spalancarsi la porta solo una volta al giorno, il tempo di ricevere un po’ di
cibo. Riuscirà a vedere la luce unicamente attraverso un piccolo foro in alto.
Un mese di sofferenza indicibile per una bambina che ha perso tutto e tutti.
Una disperazione piena di lacrime che si placa solo quando si addormenta e
sogna la sua famiglia a cui racconta il suo immenso dolore.
Poi una mattina la porta si apre prima del solito. Fuori
dalla porta c’è un mercante di schiavi a cui viene venduta. Viene quindi messa
insieme agli altri schiavi: tre uomini e tre donne tra cui una fanciulla di
poco maggiore di Bakhita. Rivedere il cielo e la campagna è un grande sollievo per
la bambina, sollievo che dura ben poco perché le vengono messe le catene come
agli altri: un collare di ferro, agganciato con una catena ad un’altra schiava.
E la carovana si mette in moto, tutti in fila, gli uomini davanti e le donne
dietro e guai se qualcuno si ferma perché non solo ferisce il suo collo ma
anche quello del compagno a cui è incatenato.
Dopo qualche ora di questa marcia forzata gli schiavi si
ritrovavano con delle piaghe profonde causate da questi ferri. Di paese in
paese la carovana s’ingrandisce sempre più perché vengono raccolte via via
tutte le persone catturate. Questa marcia forzata dura otto giorni. Arrivano
infine al mercato degli schiavi dove vengono sistemati in uno stanzone in
attesa della vendita. Il mercante cede prima i più deboli per paura che possano
morire da un momento all’altro lasciandolo senza guadagno. Intanto le due
piccole, che sono state incatenate insieme, approfittano dei momenti in cui non
sono osservate per raccontarsi le loro vicende e parlare delle loro famiglie.
Facendo nascere, così, sempre più, il desiderio di fuga.
BAKHITA
E L’AMICA TENTANO LA FUGA
Il negriero arabo, nel frattempo, le aveva portate a casa
sua e le aveva isolate in una rimessa che chiudeva a chiave ogni volta che si
allontanava. Solo che una sera, come racconta Bakhita: «Ritorna
dal mercato con un mulo carico di pannocchie. Ci toglie le catene e ci ordina
di mondare queste pannocchie, e sopra pensiero, si allontana senza chiudere la
porta a chiave».
Le ragazze capiscono che questo è il momento buono per fuggire. Aprono la porta e corrono come
lepri verso la savana, camminando nella natura, senza sosta. Appena sentono il ruggito di un leone si
rifugiano sugli alberi, e vanno avanti così tutta la notte sperando di arrivare
al loro villaggio e di riabbracciare i loro cari, mentre, invece, si
allontanano sempre più. Ad un certo punto incontrano anche un’altra carovana di
schiavi e si nascondono. E’ ormai l’alba quando si sentono esauste e vedono in
lontananza una casupola che le fa sobbalzare il cuore. Ma non è la loro. Mentre
stanno pensando sul da farsi le si para davanti un uomo. Stanno per fuggire ma
egli, come gli altri, le circuisce con buone maniere, e, dopo aver la conferma
che sono in fuga, le porta a casa sua e le offre da mangiare e poi le incatena
nell’ovile, pronto anche lui a venderle al primo mercante di schiavi che
passa. Cosa che avviene poco meno di una
settimana dopo.
Ed è così che, incatenate, vengono accodate ad una nuova
carovana scoprendo con stupore che vi sono schiavi che appartenevano all’arabo da cui erano
scappate, e che raccontano loro la violenta reazione dell’uomo e della fortuna
che hanno avuto a non rifinire nelle sue grinfie. Prima di arrivare al lontano
mercato di schiavi di El Obeid, capitale del Kordofan, dove saranno vendute,
dovranno camminare per altre due settimane e mezzo.
VENDUTA
AL GENERALE TURCO
Appena giunti a El Obeid vengono tutti condotti nella casa
del capo degli arabi, un uomo ricchissimo che possiede già tanti giovani
schiavi. Le due fanciulle rimangono in quella casa, assegnate come ancelle alle
figlie, in attesa di essere destinate al figlio che di lì a poco si dovrà
sposare. Lì saranno infine trattate bene, in particolare dalle figlie del padrone. Ma un giorno Bakhita
commette uno sbaglio nei riguardi proprio del figlio del commerciante il quale
monta immediatamente su tutte le furie e comincia a prenderla a scudisciate.
Quando lei cerca scampo nascondendosi dietro le sue sorelle, la violenza del
ragazzo sale a tale punto che la riempie di calci fino a lasciarla inanime a
terra. Saranno gli altri schiavi a doverla portare a braccio sul suo giaciglio dove
rimarrà tra la vita e la morte per più di un mese. Dopo questa esperienza verrà
addetta ad un altro lavoro e poi venduta ad un nuovo padrone.
A comperarla sarà un
generale dell’impero ottomane che svolge la sua funzione a El Obeid e che vive
lì con la moglie, la figlia e una vecchia madre. Bakhita e un’altra schiava
sono addette al servizio delle due
anziane che rivaleggiano in cattiverie verso gli schiavi. Il generale ne possiede molti e tutti vengono
trattati con crudeltà. La padrona arriva
al punto d’alzarsi presto solo per vedere se i suoi schiavi ritardano anche di
pochi minuti il loro risveglio. Per ogni mancanza sono frustate che piombano
addosso, senza misericordia, su questi poveretti. Racconta Bakhita:
«Un giorno io e
la mia amica ci trovammo presenti per caso quando il padrone altercava con la
moglie. Quegli per sfogarsi ordina a due soldati di buttarci a terra supine per
subire la flagellazione. Quei due con quanta forza avevano cominciano il
crudele supplizio e ci lasciano tutte e due tramortite, immerse nel nostro
sangue. Ricordo come la verga, mirata a più riprese sulla coscia, mi portò via
pelle e carne, mi procurò un lungo canaletto che mi fece stare immobile sul
giaciglio per mesi senza che nessuno si preoccupasse di curarmi».
Una volta viene di nuovo incatenata perché la figlia del
turco sente Bakhita raccontare la sua fuga all’altra schiava. Le catene le
saranno tolte solo un mese dopo, per la fine del Ramadam, che obbliga tutti i
padroni a toglierle ai loro schiavi.
Ma la cosa peggiore, e che le lascerà un segno per tutta la
vita facendola soffrire, è lo schiribizzo della moglie del generale che fa
venire una tatuatrice perché vuole che le sue schiave abbiano dei segni
indelebili del suo possesso. Narra Bakhita:
«Ordina alla
prima di noi tre di distendersi per terra e a due schiave delle più forti di
tenerla ferma. La tatuatrice si china su di lei e comincia con la farina a fare
sul ventre di quella disgraziata una
sessantina di segni fini. Prende poi il rasoio e giù, giù, tagli su ogni segno
che aveva tracciato. Finita l’operazione prende il sale e, con forza,
stropiccia ogni ferita, perché vi entri ad ingrossare il taglio onde tenere i
labbri aperti».
La poveretta gemeva, tremava, ma alla malefica padrona non
le bastava questo strazio, era lì con lo scudiscio in mano pronta a colpire se
le tre ragazze non si fossero sottomesse ai suoi voleri. Le schiave, immerse nel
sangue, svenute, sono poi riportate sui loro giacigli dove rimarranno più di un
mese a gemere senza nemmeno una pezzuola con cui asciugare l’essudato che
fuoriesce dalle ferite.
A distanza di anni, chi
ha visto i segni sul corpo di Bakhita, è rimasto impressionato per la
disumanità subita. E, in quella casa, la sudanese dovrà sottomettersi ad un altro trattamento crudele, stavolta per
mano del padrone. Non si sa per quale motivo a questo generale, che dice di essere
fiero dello sviluppo armonio della sua schiava, non gli vanno a genio i seni
della fanciulla che si sta facendo donna. Bakhita, come gli altri servi, era
vestita solo con uno straccio che le copriva il bacino, null’altro. Un giorno
il turco fa chiamare l’adolescente che, accorre al suo cospetto, si inginocchia
come è d’uso. La fa alzare e le prende
tra le mani i seni e comincia a storcerle le mammelle in modo brutale, come
fossero stracci da strizzare, ricorda Bakhita,
che non poteva fuggire e che dovette subire questa tortura restando ferma,
immobile, senza un lamento, altrimenti
rischiava anche una bella dose di frustate. Solo quando la schiavetta sviene,
l’uomo mollerà la sua presa per ricominciare anche i giorni seguenti.
Questo episodio è stato raccontato da Bakhita solo in tarda età
perché è stato talmente devastane per lei che, a distanza d’anni, se ne
vergognava ancora, riuscendo a commentare: «Ed io ora sono come una tavola liscia».
VENDUTA
A KHARTUM AL CONSOLE ITALIANO
E poi arriva un giorno che il generale deve ritornare in
Turchia e che, quindi, deve vendere tutti i suoi schiavi. Conserva e porta con
sé solo i dieci migliori, tra cui Bakhita, per cederli al suo arrivo a
Khartoum, che si trova sulla via del ritorno, dove può sperare in un miglior
guadagno. Infatti, appena arrivato in albergo fa spargere la voce che ha
schiavi da piazzare. Si presenta l’allora agente consolare italiano, Calisto
Legnani che riscatta Bakhita.
La ragazza non capisce che sta per essere venduta. Solo il
giorno dopo, quando il generale turco le ordina di aiutare la cameriera del
console a portare un involucro a casa sua, intuisce di essere passata ad un
nuovo padrone.
Un padrone che si rivela subito profondamento diverso dal
turco perché, appena giunta a casa sua, la fa rivestire tutta: è la prima volta
da quando è schiava che anche lei indossa un vero vestito. In casa di Calisto
Legnani, una specie di filantropo che spesso ha comperato schiavi per liberarli
e rimandarli nelle loro famiglie, il compito dell’adolescente è quello di
aiutare la sua cameriera nelle faccende domestiche. Finiti i
maltrattamenti, la cieca obbedienza, i
rimbrotti, le feroci punizioni.
Il Legnani, la cui attività principale è quella di
importatore di gomma arabica di cui il Kordofan è il principale produttore al
mondo, ha anche il compito di agente consolare italiano a Khartum poiché nella capitale del Sudan hanno sede,
tra l’altro, una grande missione comboniana e una scuola cattolica. Ed è molto
probabile che il console abbia conosciuto l’illustre missionario Daniele Comboni
che muore proprio a Khartum nel 1881 e, quindi, si sia dato da fare per opere
misericordiose. Era in uso tra i ricchi europei, inoltre, comperare gli schiavi per liberarli e farli
ritornare nelle loro famiglie di origine. Solo che per Bakhita era impossibile
rintracciare la sua poiché, per il trauma subito dopo il rapimento, non si
ricordava più di nulla.
Dice Bakhita che il console prese a volerle bene e in quella
casa visse infine un’esistenza felice e serena per due anni circa fino a quando
l’uomo le comunica che deve rientrare immediatamente in Italia per gravi
affari. Effettivamente Legnani deve fuggire da Khartoum alla fine del 1884
anche perché la città sta per essere conquistata dall’esercito mahdista.
PRIMO
VIAGGIO IN ITALIA
Questa è una terribile notizia per la ragazza che ha paura
di essere rivenduta. Le rassicurazioni del suo benefattore non la
tranquillizzano ecco perché, prende tutto il coraggio della disperazione e le
chiede di portarla con lui in Italia. Racconta Bakhita che appena sente
pronunciare la parola “Italia” per lei è un’illuminazione e sa che il suo futuro è in quel paese.
Calisto Legnani cerca di spiegare alla
sudanese che non è facile partire, che il viaggio è molto lungo e costoso. Ma
davanti alle suppliche della negretta, alla fine si arrende ed è così che
partono con una carovana a dorso di cammello fino a Suakin, un porto del Mar
Rosso. La comitiva, oltre alla trionfante Bakhita, è composta dal console, il suo amico Augusto Michieli e un “moretto”, un ragazzino della
stessa età della sudanese. Al loro
arrivo apprendono che Khartoum è stata attaccata dai ribelli e tutti gli
schiavi e gli averi dei due italiani sono stati rubati. Se Bakhita fosse
rimasta sarebbe di nuovo prigioniera nelle mani degli arabi.
I tempi dei viaggi di allora erano lunghi. Infatti, la
comitiva sosta un mese nel porto del Mar Rosso prima di potersi imbarcare su
una nave che li porterà a Genova. Al loro arrivo, Michieli, che aveva viaggiato
con loro e che si era portato dietro lo schiavetto negro, preso alloggio in
albergo, lo aveva subito ceduto all’albergatore poiché era stato proprio
quest’ultimo a chiedergli di comperarglielo prima di partire dall’Italia.
Questa vendita avrà una conseguenza sulla destinazione di Bakhita che così
chiarisce:
«La moglie
dell’amico del console che aveva viaggiato con noi e che era venuta a
incontrarlo a Genova, vedendo noi moretti se ne invogliò e chiese al marito
perché non ne avesse condotta una anche per lei e per la sua figlioletta. Il
console per far piacere all’amico e a sua moglie mi regalò a loro».
Siamo alla fine dell’Ottocento e in Italia ci sono molte
servette nelle varie case dei signorotti per cui avere una giovane al proprio
servizio 24 ore su 24 è normale. E lo doveva essere anche per Calisto Legnani
che cede senza problemi la sudanese, sapendo, però, che andrà in una buona
famiglia.
ARRIVO
NELLA FAMIGLIA MICHIELI DI ZIANIGO DI MIRANO
Da quel momento la ragazza non rivedrà mai più il console
che ritorna a casa sua a Padova, mentre lei segue i suoi nuovi padroni a Mirano
Veneto. Augusto Michieli, che è un nobile veneziano con ascendenze asburgiche,
aveva sposato Maria Turina, una russa di Pietroburgo. Lui è un facoltoso
commerciante e svolge anche la professione di traduttore, viaggia molto per
lavoro, in particolare in Africa. Nella
famiglia Michieli, la ragazza farà la domestica.
Ma intanto c’è un nuovo viaggio che la riporta in Africa.
Fondamentale per gli affari di Michieli è l’apertura del Canale di Suez che era
avvenuta nel 1869, però, l’effetto più
importante sui commerci mondiali si ebbe dal 1888 quando fu ratificata, tra i
paesi finanziatori di questa opera, la convenzione di Costantinopoli che
stabilì la neutralità del canale dichiarandolo libero e aperto a qualsiasi
nave, senza distinzione di bandiera.
Augusto Michieli, prevedendo già qualche anno prima un grande sviluppo
della città di Suakin sul Mar Rosso, decise di riprendere e ammodernare un
albergo. Per cui sul finire del 1886 la moglie lo raggiunge con i figli e, Bakhita,
dovrà occuparsi del bar-spaccio di questo albergo anche perché conosce bene
l’arabo.
Tra i ricordi di Bakhita e la realtà non tutto combacia ed è
difficile stabilire gli avvenimenti precisi, causa la scarsezza di informazioni
del tempo. Tuttavia nell’estate del 1887 Maria Turina deve ritornare in Italia
per vendere la proprietà di Mirano, dove risiedevano, poiché gli affari vanno
bene e i coniugi hanno deciso di stabilirsi definitivamente nel porto sudanese
con i loro figli.
La donna esita a lasciare l’ultima nata, Alice, detta
Mimmina, alle cure della servitù. Ecco perché la porta con sé e, poiché ha
bisogno di aiuto con una bambina così piccola, chiede a Bahkita di
accompagnarla in Italia.
L’INCONTRO
CON ILLUMINATO CHECCHINI, IL SUO PROTETTORE
In Italia, a dare una mano per la vendita delle proprietà di
Michieli c’è un personaggio, amico di famiglia, che si chiama Illuminato
Checchini. Un intermediario d’affari, amministratore di terreni, consigliere,
contadino-poeta-polemista, organizzatore di associazioni cattoliche, promotore
e fondatore di casse rurali ecc.. ecc…Una persona dinamica, brillante, dalla
penna salace malgrado la sua istruzione di seconda elementare. Infatti, di lì a
poco, sotto il nome di Stefano
Massarioto pubblicherà, in dialetto veneto,
il suo primo “Lunario del Massarioto del 1890” con scritti satirici di
natura sociale e politica che avranno grandissimo successo. Lui dirà che scrive
“par la stala”, perché erano lì che si riunivano nelle sere d’inverno i
contadini vicentini perlopiù analfabeti. Insomma una persona conosciuta da
tutti e molto apprezzata. Sarà lui a dare una svolta nella vita di Bakhita.
Checchini, i cui terreni confinano con quelli di Augusto
Michieli, frequenta assiduamente la sua casa per aiutare la moglie e, inevitabilmente,
incrocia la ragazza sudanese.
Sarà quest’uomo ad avvicinare Bakhita alla fede cristiana.
Il veneto Checcherini, che suona l’organo in chiesa, è profondamente
cattolico ̶
un integralista si direbbe oggi ̶ ed è molto
amico del parroco di Salzano, don Giuseppe Sarto, destinato a divenire prima
Patriarca di Venezia poi Papa, con il nome di Pio X, ed essere infine
canonizzato nel 1954. Checchini è lontano
dall’ immaginare che queste due persone,
così diverse, diverranno tutte e due sante.
Il veneto sa che la ragazza è “senza Dio” e ne intuisce il
suo grande bisogno di spiritualità, ecco perché le regala un crocefisso. Di
quel dono Bakhita spiega:
«Nel darmi il crocefisso lo baciò con devozione, poi mi spiegò che Gesù
Cristo, figlio di Dio, era morto per noi. Io non sapevo che cosa fosse, ma
spinta da una forza misteriosa lo nascosi per paura che la signora me lo
prendesse. Prima non avevo mai nascosto nulla perché non ero attaccata a
niente. Ricordo che nascostamente lo guardavo e sentivo una cosa in me che non
sapevo spiegare».
Maria Turina, in effetti, era atea, anche se era stata
avvicinata, come russa, alla religione ortodossa. Tuttavia Checchini aveva
dovuto faticare molto per convincere la serva della Turina a recitare le
preghiere insieme alla giovane sudanese per fargliele imparare.
Intanto la russa, dopo un anno, era riuscita a vendere solo
una parte degli averi. Ella deve ritornare in Sudan perché il marito l’aspetta
con ansia, ma sa già che di lì a breve dovrà rientrare in Italia per concludere
altre vendite. Questo va’ e vieni le pone un grosso problema: è troppo
rischioso per la figlia Mimmina fare tutti questi viaggi insieme a lei. Ed è
Checchini che le prospetta la soluzione migliore: lasciare la piccolina con
Bakhita presso l’Istituto dei Catecumeni, gestito dalle suore Canossiane di
Venezia. L’uomo intuisce subito che grazie a questa scelta potrà avvicinare
Bakhita al cristianesimo senza subire i divieti imposti dalla signora Michieli
che non vede di buon occhio la sua evangelizzazione.
La Turina esita per un po’ e finisce per accettare alla sola
condizione: che Checchini firmi una lettera in cui si impegna a pagare
all’Istituto dei Catecumeni la retta per
Mimmina nel caso in cui lei non riesca ad assolvere al suo dovere. E’ talmente importante per lui questa scelta
che non solo firma ma le accompagna lui stesso all’Istituto a Venezia.
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Bakhita al centro tra le Catecumene |
IL
SUO ARRIVO DALLE SUORE CANOSSIANE
Appena entra nell’Istituto, Bakhita viene affidata con
Mimmina alle cure di suor Marietta Fabretti, addetta all’istruzione dei
catecumeni. E racconta:
«Non posso
ricordare senza piangere la cura che ella ebbe di me. Volle sapere se avessi
desiderio di farmi cristiana e, sentito che lo desideravo e che ero venuta con
quella intenzione, giubilò di gioia. Allora quelle sante madri con eroica
pazienza mi istruirono e mi fecero conoscere quel Dio che fin da bambina
sentivo in cuore senza sapere chi fosse. Ricordavo che nel mio villaggio in Africa
vendendo il sole, la luna e le stelle, le bellezze della natura mi chiedevo chi
mai poteva essere il padrone di queste belle cose? E provavo una gran voglia di
vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio. E ora lo conosco. Grazie,
grazie mio Dio!»
Proprio nel parlatorio di quell’Istituto è posto un’enorme
crocefisso che le fa sobbalzare il cuore perché è la copia in grandezza reale
di quello che custodisce segretamente: un altro segno del destino!
Siamo alla fine del 1888 - inizio ’89 e Bakhita ha ragione
quando dice che le sante suore usarono tutta la loro pazienza per insegnarle i
principi della fede Cristiana. La ragazza non solo non sa leggere né scrivere ma non sa nemmeno
parlare la lingua del posto. Infatti si esprime in una strana lingua tra il
veneto e l’italiano ed è quindi difficile per lei capire concetti già
abbastanza difficili per le persone normali. Tuttavia, la volontà è tale che,
grazie soprattutto all’insegnamento del Checchini, afferra il concetto che Gesù
Cristo, il figlio di Dio ama tutti, ma proprio tutti, ivi compresa lei ed è
quindi importante battezzarsi perché solo così ci si può avvicinare a lui. E
lei questo lo desidera
ardentemente.
IL
RITORNO DI MARIA TURINA MICHIELI PER RIPORTARLA SUL MAR ROSSO
Proprio mentre è immersa in questa grande spiritualità,
circa un anno dopo il suo ingresso all’Istituto, ritorna da Suakin Maria Turina
Michieli che deve risolvere le questioni rimaste pendenti e poi ripartire
definitivamente per il Mar Rosso insieme alla figlioletta e a Bakhita che dovrà
lavorare nell’albergo di famiglia. Non immaginando certo un rifiuto della
schiava.
Invece Bakhita ha trovato la sua strada, vuole assolutamente
battezzarsi e, quindi, non ha intenzione di ritornare in Africa. Ecco come sintetizza il suo rifiuto alla sua
padrona:
«Io mi rifiutai
di seguirla in Africa perché non ancora bene istruita nel battesimo. Pensavo
pure che, anche se fossi stata battezzata, non avrei ugualmente potuto
professare la nuova religione e che mi conveniva meglio di stare con le suore.
La signora montò su tutte le furie, accusandomi di essere ingrata nel lasciarla
partire da sola, mentre mi aveva fatto tanto bene. Ma io restai ferma nel mio
pensiero. Mi disse tanta e tante ragioni ma per nessuna mi piegò. Eppure
soffrivo nel vederla così disgustata perché le volevo bene davvero. Era il
Signore che mi infondeva tanta fermezza, perché voleva farmi tutta sua. Oh,
bontà! Il giorno seguente ritornò in compagnia di una signora e ritentò la
prova con le più aspre minacce. Ma inutilmente. Se ne andarono
indispettite. Il reverendo Superiore
dell’Istituto, don Jacopo de’ Conti Avogadro di Soranzo , scrisse a Sua
Eminenza il Patriarca Domenico Agostini sul da farsi. Questi ricorse al
Procuratore del Re il quale mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si
fa mercato di schiavi, restavo affatto libera. Anche la signora Turina si portò
dal Procuratore del Re credendo di ottenere che la seguissi, ma ebbe l’eguale
risposta. Il terzo dì eccola di nuovo
all’Istituto con la stessa signora e un suo cognato, ufficiale militare. Vi
erano pure Sua Eminenza il Patriarca Domenico Agostini, il presidente della
Congregazione della carità, il superiore della casa e alcune suore del
Catecumenato. Parlò prima il patriarca. Ne seguì una lunga discussione terminata
in mio favore. La signora Turina, piangendo dalla collera e dal dispiacere,
prese la bambina, che non voleva staccarsi da me, forzandomi a seguirla. Io ero
tanto commossa che non riuscivo a dire una parola. La lasciai piangendo e mi
ritirai contenta di non aver ceduto».
Un racconto stringato, quello di Bakhita e che non dice
tutta l’energia, il coraggio, la forza di volontà, che la piccola negretta,
schiava fino a non molto tempo prima, ha dovuto tirare fuori per non lasciarsi
convincere e convincere a sua volta gli altri a sostenere il suo diritto a
stare con le suore. E’ incredibile ma, per lei, si sono mosse le massime
autorità religiose e politiche del luogo. Maria Turina per rientrare nei suoi
diritti ha fatto appello a tutte le persone influenti che conosceva, invano.
Di questa lotta si hanno notizie grazie a Ida Zanolini,
un’insegnante a cui le suore avevano chiesto di
farsi raccontare la storia da Bakhita e di trascriverla. E Bakhita le ha
spiegato di aver chiesto aiuto in quei
giorni al crocefisso del parlatorio perché convinta che lasciare la Casa del
Signore sarebbe stata la sua rovina, anche perché la ragazza in quel primo anno
di permanenza al Catecumenato aveva probabilmente già maturato l’idea di
dedicare la sua esistenza interamente a Dio, “el Paron” come lei lo chiamava.
Inoltre, la prima esperienza nell’albergo di Suakin, le aveva fatto capire che
genere di gente trafficasse in quei luoghi: avventurieri senza scrupoli,
delinquenti veri e propri, mentre lei ̶ miracolosamente ̶ come disse un giorno, era ancora pura: «Io
sono stata in mezzo al fango, ma non mi sono mai imbrattata»,
e intuiva che, in effetti, quel miracolo non si sarebbe potuto ripetere. Ecco
perché ha lottato con tutte le sue forze
contro il ritorno in Africa.
BAKHITA
DIVENTA SUORA
Poco tempo dopo la partenza della Turina, il 9 gennaio del
1890, Bakhita riceve il battesimo, la cresima e fa la prima comunione,
sacramenti impartiti dal cardinale
Agostini mentre il padrino e la madrina saranno due nobili veneziani: le viene
imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata. Un giorno eccezionale per
la sudanese che vive con una gioia
immensa “come solo gli angeli potrebbero descrivere” perché anche lei è degna
di essere figlia di Dio.
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Bakhita e le sue madrine |
A quella cerimonia c’è anche Checchini con tutta la sua
famiglia che le ricorda che lui è disposto a prenderla a casa come una figlia.
Ma la ragazza africana ha altri progetti e chiede di rimanere con le
suore. La Congregazione accetta di buon
grado. Passano i mesi che trascorre per la prima volta della sua vita in totale
serenità, appagata spiritualmente come non mai. E’ lì che Giuseppina trova il
coraggio di rivolgersi in prima persona al Paròn
e alla Madonna che diventano, nel suo immaginario di ragazza orfana, padre e
madre amorevoli. Però Giuseppina è anche
piena di dubbi che riesce a confidare
sia a Suor Fabretti che al suo confessore. Il suo desiderio è di diventare
suora ma pensa che lei, negretta, fa sfigurare la Congregazione e, quindi, non
vi può aspirare.
Non sa che ormai l’avevano capito tutti che la ragazza
possedeva un’inclinazione spirituale e mistica per cui la strada della vita
religiosa era quella che le si confaceva di più e la sua domanda è accolta con
entusiasmo.
Erano passati quattro anni da quando era arrivata
all’Istituto. Prima di entrare in noviziato, il 7 dicembre del 1893, raggiunge
la famiglia d’Illuminato Checchini e vi
rimane per tre mei. Del Massariota, che l’ha sempre considerata come una
figlia, dirà poi che egli era un uomo dal cuore d’oro e di
retta coscienza.
Tre anni dopo è pronta per entrare nella vita religiosa e,
prassi vuole, che l’aspirante ai voti religiosi sia esaminata da un alto
rappresentante della Chiesa. La sua vicenda è talmente conosciuta che a voler
esaminare Giuseppina sarà nientemeno che il cardinale patriarca della città di
Venezia Giuseppe Sarto, l’amico d’infanzia di Checchini che, come già detto,
sarà santificato come lei e che capisce e asseconda la grande spiritualità di
questa giovane sudanese.
L’11 gennaio 1897, a Verona, Giuseppina-Bakhita realizza il
suo sogno di diventare suora. Anche ai successivi festeggiamenti saranno
presenti tutte le massime autorità. La giovane africana con quel suo modo
umile, gioioso, sereno, ha conquistato tutti per cui accorrono in molti.
In particolare è invitata dal vescovo di Verona, Luigi Canossa, nel suo palazzo
dove ha vissuto sua zia Santa Maddalena di Canossa, fondatrice delle
canossiane. E così, senza saperlo, Suor Giuseppina inizia la sua vita religiosa
sulle orme di due grandi Santi.
Da quel momento Suor Giuseppina, ribattezzata dai paesani
suor Moreta e che ne apprezzano il suo senso ironico espresso in un veneto
colorato, vivrà la sua dimensione spirituale in simbiosi con “el Paròn” e la Madonna.
Dal 1896 e fino al 1902 continuerà a vivere il suo noviziato
presso i Catecumeni a Venezia. Poi, per volontà del patriarca Giuseppe Sarto,
che continua a vegliare su di lei, sarà trasferita nella casa canossiana di
Schio in provincia di Vicenza. Lì la suora vi rimarrà, salvo rari spostamenti,
fino alla morte.
BAKHITA
DEVE DEDICARSI ALLA PROPAGANDA MISSIONARIA
Nel convento di Schio Suor Giuseppina sarà addetta a varie
mansioni come sacrestana, cuciniera, portinaia, ricamatrice ecc…, e si occuperà
in particolare dei bambini che hanno verso questa donna una vera e propria
adorazione. L’Africana, con quella sua carnagione nera è una novità. Da quando
è arrivata in Italia, infatti, tutti la guardano con grande curiosità,
apertamente, spudoratamente. Ma lei non se ne ha a male, è abituata da quando
era schiava e veniva messa in mostra per essere venduta. Sempre sorridente,
sempre gentile, sempre pronta a scusare tutti e che si esprime in un veneto,
colorato, molto ironico. E questo non fa che attirarle la simpatia di tutti che
la chiamano “Suor Moreta”.
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Suor Giuseppina Bakhita |
Durante la Prima guerra mondiale (1915-1918) Suor Moreta è
chiamata a prestare la sua assistenza ai feriti e ai moribondi. E i soldati
finiranno per apprezzare questa suora africana che sa rincuorarli e alleviare
le loro pene e che trovano grande conforto nelle sue semplici parole. Anche i
militari si stringono intorno a lei perché
vogliono conoscere la sua storia. Tuttavia, non mancano i suoi
predicozzi a quelli che si lasciano sfuggire qualche bestemmia, siano essi
soldati semplici o ufficiali.
Questa curiosità intorno alla suora, spinge la superiora del
suo convento a chiedere all’insegnante Ida Zanolini di mettere per iscritto la
storia di Bakhita. L’africana, infatti, non sa scrivere e, quindi, non è in
grado di farlo da sola. Il libro uscirà nel 1931 con il titolo: Storia
meravigliosa e incontrerà un successo strepitoso poiché verrà stampato
in più lingue.
Dopo averlo letto, tutti vogliono conoscere la protagonista
e vengono in molti fino a Schio per avere un suo autografo. Le stesse suore di
altri conventi chiedono alla superiora di poterla avere fra di loro. Ecco
perché i superiori decidono di destinare Suor Giuseppina alla propaganda
missionaria inviandola in giro per l’Italia a tenere incontri.
L’attenzione e l’affetto che riceve dalla gente invece di
essere una ricompensa è per lei una vera tortura. Confida, infatti, ad una
consorella che la trova in lacrime e che le chiede se è sofferente: «No sofferenze sul corpo, no, ma come bella bestia
tutti me varda, ma mi voria lavorar, pregar per tutti e no vardar persone. E po
anca i dise “poareta, poareta” e mi non son poareta parché son del Paròn e nea
sa casa. Quei che no i xe tutti del Signore i xe poareti». Bisogna dire, in effetti, che la curiosità
della gente, a tutti i livelli, era davvero grande, come racconta una suora che
l’accompagnava: «Persino i tram
erano fermi tanto le folle rigurgitavano…».
Tra questi incontri glie ne capita uno particolare, una
suora sudanese come lei, ex schiava come lei, Suor Maria Agostina, che vive nel
convento di clausura di Soresina, liberata anche lei dalla schiavitù da un
italiano. Un incontro commovente perché Bakhita, si convince che questa
sudanese sia la propria sorella
strappata da un negriero alla loro capanna.
Nel 1938 finiscono questi viaggi di propaganda missionaria e
Suor Giuseppina, ormai dolorante, ritorna definitivamente nel suo convento a
Schio e vi rimarrà fino alla morte avvenuta l’8 febbraio 1947, dopo lunghe
sofferenze, dovute alle torture subite da bambina. Le suore, quando lavano il
suo corpo e lo vestono, rimangono attonite davanti alle sue 114 ferite dovute
ai tatuaggi e del profondo svuotamento di carne provocato dalle percosse sulla
coscia destra. Racconta chi gli è stato vicino che durante l’agonia chiedeva di
essere liberata dalle catene. Però, malgrado queste torture, nessuno ha mai
sentito Suor Giuseppina lagnarsi o inveire contro i suoi carnefici. Anzi, ad
una ragazzina che gli chiedeva cosa avrebbe fatto se si fosse trovata davanti i
suoi rapitori, Suor Moreta ha risposto che
gli avrebbe baciato le mani e ringraziati perché senza di loro non
sarebbe mai diventata una cristiana e una religiosa.
Suor Giuseppina negli ultimi tempi della sua vita ci teneva
a dire che lei dopo morta non avrebbe fatto paura a nessuno perché conosceva la
bontà del Paròn e della Madonna e,
una volta in cielo, avrebbe interceduto presso di loro pregando per tutti. Un concetto, questo, che esprime varie volte e che è accolto dalla
gente che accorre numerosissima alle sue esequie, tra questi molti bambini che
davanti al cadavere esposto non mostrano nessun timore e si fanno mettere la
mano di lei ̶ rimasta incredibilmente morbida e
tiepida ̶
sul capo.
BAKHITA
SANTA
Suor Giuseppina Bakhita con
il suo esempio, la sua umiltà, la
sua bontà, la sua fede totale, granitica nel Paròn ha toccato il cuore della gente. Aveva un linguaggio scarno e spesso ironico
che faceva divertire, mentre la sua
figura irradiava una tale felicità che commuoveva tutti. Le sue erano frasi che esprimevano concetti
chiari, senza equivoci: “El me Paròn xe sta tanto bon con mi», «El vol ben a tuti. Volemoghe ben e non
ofendemolo col pecato».
E anche da morta una fiumana di gente corre da lei a
visitare la sua cameretta a Schio, a mettere bigliettini sotto il suo cuscino,
perché sa che da questa suora africana può avere solo comprensione e
aiuto.
E, infatti, cominciano subito le grazie e i miracoli. Quando
esce, tre anni dopo, “Vita”, il
Bollettino delle canossiane, vi si trova già un elenco di pagine e pagine di
nomi delle persone che hanno ricevuto la grazia attraverso la sua
intercessione. Molte storie di disperazione che si sono risolte grazie alle
preghiere rivolte alla suora sudanese, così raccontano in tanti. Però la Chiesa
ritiene solo due miracoli documentati dai medici: una consorella e una donna
brasiliana.
Per molti Bakhita era già santificata in vita e non poteva
non esserlo dopo la sua morte. Infatti il processo di canonizzazione inizia già
nel 1959, a soli 12 anni dalla morte. Il 1º dicembre 1978 papa Giovanni Paolo
II firma il decreto dell'eroicità delle virtù della serva di Dio Giuseppina Bakhita.
La suora africana viene beatificata il 17 maggio 1992 e canonizzata il 1º
ottobre 2000 dallo stesso Pontefice. La memoria liturgica si celebra l’8
febbraio di ogni anno.
Ed è così che, una piccola schiava sudanese di fede
animista, una figlia dell’Africa nera, è diventata una grande Santa della
Chiesa Cattolica, beatificata non solo
in Europa ma in tutto il continente africano perché dopo la santificazione è
proprio Giovanni Paolo II a riaccompagnare Bakhita nella sua terra, esattamente
134 anni dopo la sua nascita. E’ il 1993 quando Wojtila va in visita ufficiale
a Khartoum e consegna alla immensa folla composta di cattolici provenienti da
tutta l’Africa un busto-reliquario in bronzo di madre Bakhita. Busto che poi
passa nelle mani del vescovo di Khartoum, Zubeir Waco. E’ la prima volta in
quel paese dove vige la sharia, la legge islamica, che viene celebrata una
messa.
Una Santa protettrice dei poveri che ha saputo diffondere
speranza. Ha dimostrato che anche i più derelitti possono, attraverso la
religione, conquistare dignità, grandezza e libertà. Ed è per questo che Santa
Giuseppina Bakhita è invocata ormai dai credenti del mondo intero, in
particolare dagli africani.
Barbara Bertolini©2018 tutti i diritti riservati.
Bibliografia:
ZANOLINI Ida, Bakhita, Istituto della Carità Canossiane, Roma 1961.
DAGNINO Maria Luisa, Bakhita racconta la sua storia, Figlie
della Carità, 4° ed., Roma 1993
ZANINI Roberto Italo, Bakhita.
La schiava diventata santa, Buc, Edizioni San Paolo s.r.l, Cinisello
Balsamo 2013.
Sito Bakhita: Da schiava a figlia di Dio
Sito Bakhita: Da schiava a figlia di Dio
Famiglia Crisitana: Santa Giuseppina Bakhita. La schiava
divenuta santa
Una storia straordinaria, questa di santa Giuseppina, da te raccontata in maniera rigorosa, con ricchezza di documenti e tanta partecipazione umana! Una figura che arricchisce il pianeta femminile con il suo fulgido esempio di vita e di opere. Brava Barbara!
RispondiEliminaGrazie Rita, questa è una storia che non può che coinvolgere ognuno di noi...
RispondiEliminaDelicata e ricca di forza questa bella storia di "Suor Moreta". Brava Barbara, con la capacità che ti é propria, sei riuscita a dipingere un ritratto di una donna che sbalza a tratti prorompenti da un fondo di crudeltà e ingiustizie. Non ho lasciato la narrazione fino alla fine. Mi ha davvero coinvolto, grazie!
RispondiEliminaGrazie a te per questo bellissimo commento.
RispondiEliminabella storia di "Suor Moreta"
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