di Rita
Frattolillo
(Roma, 16.03.1910- ivi 25.07.1998), la prima donna a dirigere
un museo in Italia; grande signora dell’arte italiana contemporanea
«La Galleria sono io», diceva Palma Bucarelli del suo museo,
la Galleria nazionale d’arte moderna di Roma (Gnam). Un museo che ha diretto
dal 1941 al 1975, anni particolarmente
difficili, con grinta e competenza, tra contrasti e polemiche. Di una bellezza
soggiogante per i grandi occhi luminosi, e di una eleganza sofisticata, al
punto da essere definita “Palma dell’eleganza”, ha rappresentato un modello
d’eccellenza che ha suscitato sentimenti contrastanti, elogi e invidia, ma che
non è mai passato nell’indifferenza. Quel modello, lei lo ha costruito e
perseguito con una tenacia eccezionale.
Entrata per concorso nell’amministrazione delle Belle Arti, studiò giorno e notte come critica e storica dell’arte diventando una figura chiave nell’arte contemporanea; esigente e perfezionista con se stessa e con gli altri, si cucì addosso un personaggio pubblico capace di primeggiare in tutto. Fiera della sua invidiabile silhouette, non la mise mai a rischio, malgrado fosse golosa di dolci, e, quando il lavoro le impediva di tenersi in forma, si allenava al vogatore. Non esitò a impostare la voce andando a lezione dalla grande attrice Andreina Pagnani, imparò a sciare, nuotare, e, siccome pensava in grande, per apprendere a cavalcare andò a lezione nientemeno che da Carlo D’Inzeo. Affrontò tutto con piglio mascolino, come un atleta. Aspra e autoritaria, si servì del suo indiscutibile fascino come arma di difesa e di offesa.
Entrata per concorso nell’amministrazione delle Belle Arti, studiò giorno e notte come critica e storica dell’arte diventando una figura chiave nell’arte contemporanea; esigente e perfezionista con se stessa e con gli altri, si cucì addosso un personaggio pubblico capace di primeggiare in tutto. Fiera della sua invidiabile silhouette, non la mise mai a rischio, malgrado fosse golosa di dolci, e, quando il lavoro le impediva di tenersi in forma, si allenava al vogatore. Non esitò a impostare la voce andando a lezione dalla grande attrice Andreina Pagnani, imparò a sciare, nuotare, e, siccome pensava in grande, per apprendere a cavalcare andò a lezione nientemeno che da Carlo D’Inzeo. Affrontò tutto con piglio mascolino, come un atleta. Aspra e autoritaria, si servì del suo indiscutibile fascino come arma di difesa e di offesa.
Prima donna a essere nominata direttore di un museo,
Palma ha segnato una svolta decisiva
nella politica culturale dell’Italia per lo spirito e l’intelligenza con cui ha
guidato la Gnam, e per gli stessi motivi ha offerto molto materiale a
scrittori, giornalisti e biografi, che avevano coniato per lei l’espressione “regina
di quadri”.
E’ certo che in altre mani, la Galleria d'arte moderna, il
solo museo nazionale consacrato al XIX - XX secolo, sarebbe stata assai più
accomodante e senza fisionomia.
La prima impresa in
cui Palma si distinse – e che Indro Montanelli amava ricordare – fu quella di mettere in salvo dai
bombardamenti numerose opere d’arte, ricoverandole dapprima presso il Palazzo
Farnese (capolavoro progettato dal Vignola) di Caprarola, poi, dopo l’8
settembre 1943, con l’inasprirsi delle rappresaglie attorno a Roma,
riportandole clandestinamente in città per nasconderle a Castel Sant’Angelo,
sotto l’egida del Vaticano. Molti capolavori si salvarono così dalle bombe, ma
anche dalle ambizioni dei nazisti, i quali avevano istituito, in Italia, un Kunstschutz (sorta di ufficio per la
protezione delle opere d’arte) destinato a proteggere i capolavori italiani…
grazie al loro trasferimento in Germania.
Dal 1944, con la riapertura della Gnam, inizia l’ascesa della Bucarelli. I suoi
coetanei la ricordavano così: a bordo d'una velocissima auto scoperta rossa
fiammante, i capelli biondi al vento e, secondo alcuni, anche una sciarpa
svolazzante alla Isadora Duncan, una dea
piombata tra i mortali, insomma.
Sotto la sua guida, la Galleria, fino ad allora gestita con
criteri museali più adatti all’arte antica che a quella contemporanea ̶ cioè come un contenitore ̶
divenne l’istituzione pubblica di
maggior spicco nel panorama dell’arte, l’unica a iniziare una stretta
collaborazione con molti musei del mondo: da quelli americani ai giapponesi,
russi, tedeschi, inglesi e francesi. Fu
lei per prima, in Italia, a comprendere che un museo d’arte moderna è
certamente un’istituzione nazionale, ma deve pure essere – culturalmente ̶
internazionale.
Avvalendosi dell’aiuto di critici d’eccezione, come Lionello
Venturi e Giulio Carlo Argan, la Bucarelli sperimentò un nuovo modello di museo
contemporaneo, attento sia al lato didattico (la Galleria vista quale punto d’
incontro e d’informazione; conferenze, proiezioni, mostre temporanee) che alla
riflessione critica. Sotto quest’aspetto Palma rivendicò sempre il
diritto-dovere di schierarsi, di esercitare una funzione critica e militante,
caratterizzata dalla capacità di giudizio e dalla consapevolezza di una piena
assunzione di responsabilità.
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la Bucarelli con Giulio Carlo Argan |
E siccome a suo parere le avanguardie storiche dell’inizio
del XX secolo purtroppo erano completamente assenti dalle collezioni della
Galleria, alla sua riapertura, nel ’44, l’obiettivo principale della direttrice
divenne colmare le lacune e fare del “suo” museo una istituzione in cui fossero
rappresentati i più importanti movimenti degli ultimi duecento anni.
Quasi alter ego di Peggy Guggenheim, amava gli informali e
l’astrattismo, il nouveau réalisme,
tanto da liquidare Guttuso e De Chirico, che forse proprio per questo non le
risparmiò aspre critiche, definendola “l’amazzone delle croste”; aperta
alle novità in campo artistico, nessuno la fermò, e volle Picasso (1953), la
prima mostra in Italia di Modigliani, Mondrian (1956), di Pollock (1958), di
Burri, Pascali e Manzoni. Per il Grande
sacco di Burri scatenò nel ’59 un’interrogazione parlamentare bipartisan,
da parte dei comunisti e dei democristiani, oltre all’incursione dell’ufficio
d’igiene. Più tardi, nel ’70, fu il famoso barattolo Merde d’artiste di Manzoni a farla finire in tribunale. Affrontava
tutto questo perché, come ha affermato la successiva direttrice della Gnam,
Maria Vittoria Clarelli, Palma sosteneva che
«il museo deve esercitare giudizio e critica; […] non è un arbitro, ma
un attore che prende posizione. Lei rivendicava quindi il diritto di scegliere
quali artisti e quali movimenti sostenere e comprare».
Ma chi era
Palma, e da dove veniva? Nata a Roma da
padre calabrese e da madre siciliana, cresciuta in varie città d’Italia al
seguito del padre che era vice prefetto, era stata educata come una signorina
della buona società. Forse nessuno
avrebbe immaginato, allora, che la sua folgorante e discussa carriera di
direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna fosse stata imperniata sul
coraggio di scelte controcorrente, di prese di posizione spregiudicate e
all’avanguardia. Entrata per concorso ̶ come s’è detto
̶
nell’Amministrazione delle Belle
Arti, aveva preso servizio alla Galleria
Nazionale d’Arte Moderna alla vigilia della guerra, nel 1939. Ma era passata
quasi immediatamente al ruolo direttivo in sostituzione di Roberto Papini,
comandato al Ministero della Guerra, e già nel ’42 aveva saldamente in mano le
redini della Galleria, che avrebbe tenuto con fermezza e abnegazione fino al
’75.
Dopo la licenza
classica al “Visconti” di Roma e la laurea in lettere all'Università "La Sapienza", dove fu allieva di
Adolfo Venturi e di Pietro Toesca, con il compagno di studi Giulio Carlo
Argan superò nel 1933 il concorso per
ispettore alle Antichità e Belle Arti. Entrò dunque nell'amministrazione dello
Stato a soli ventitré anni e fu assegnata alla Galleria Borghese. Dopo un breve
trasferimento a Napoli, dove frequentò il salotto di Benedetto Croce, grazie
all’interessamento del giornalista Paolo Monelli (che sposerà nel 1963), Palma
nel 1937 tornò nella capitale.
Nel luglio del 1941 assunse la direzione della Galleria
Nazionale d’Arte Moderna.
Prima donna ad affermarsi al vertice dell’amministrazione
statale dei musei, come studiosa, le rare volte che ritenne di doversi esporre
in questo campo, fu vittima di critiche severe e non ingiuste, come accadde per
il famoso scritto su Fautrier; un episodio di cui, rispetto al clamore
suscitato intorno a Merde d’artiste o
al Grande sacco, in Italia si è
parlato poco.
Jean Fautrier
(Parigi, 1898-1964) era un pittore e scultore esponente del Tachisme, autore
dell’inquietante ciclo degli Otages
(1953-1945) ispirato alle atrocità tedesche sui prigionieri (gli ostaggi, gli “otages”) a cui egli stesso aveva assistito come
partigiano antinazista. L’opera diventa un caso tra arte, critica e mercato
quando, “nemo profeta in patria”, Fautrier trova in Italia quell’approvazione
che non aveva avuto in Francia, pur godendo della stima di un personaggio
autorevole come André Malraux. Grazie ai suoi ammiratori dichiarati Argan e G. Ungaretti Otages
arriva in Italia, entusiasma Palma, che, dopo aver affrontato un immane lavoro
di catalogazione a distanza, firma la
presentazione del pittore sul catalogo della XXX Biennale di Venezia (1960), e
acquista pure un dipinto per la Gnam.
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Les Otages (n.8) |
Palma e Giulio sono
considerati artefici, assieme a Ungaretti, che era suo amico personale, dell’invito fatto a Fautrier nel padiglione
centrale della Biennale. Quando il pittore vince il primo premio, ex aequo con
un altro pittore, Hans Hastung, si scatena la polemica. In particolare, sono il
giornalista Manlio Cancogni de “L’Espresso”, e l’ editore nonché critico
Gualtieri di San Lazzaro, a gridare alla cospirazione volta al lancio
commerciale di Fautrier, anche perché i premi erano tradizionalmente destinati
a sezioni differenti delle arti visive, e non solo alla pittura.
Ma Argan e Bucarelli
erano convinti del rilievo assoluto di Fautrier all’interno di una temperie
culturale informale, e ne avevano ampiamente scritto, riconoscendogli un
particolare valore emblematico. In realtà quel premio costituisce una svolta
cruciale perché segnerà ̶ oltre alle fortune economiche di
Fautrier ̶
il successo di una determinata visione degli sviluppi dell’arte
successiva.
Palma Bucarelli, che è morta a Roma nel 1998, all'età di
ottantotto anni, ha donato alla Gnam i suoi dipinti, e il suo elegante
guardaroba è stato collocato nel Museo delle Arti Decorative Boncompagni
Ludovisi di Roma. Il Comune le ha intitolato una via in prossimità della
Galleria, e nel 2009 le è stata dedicata un’importante mostra. E all’ombra
delle palme che lei stessa aveva voluto piantare, accanto alla Gnam, è stata
affissa una targa commemorativa.
Rita Frattolillo©2015 tutti i diritti riservati.
FONTI:
Carlo Bertelli, Addio a Palma Bucarelli,
la grande signora dell’arte italiana, 26 luiglio 1998, su “Corriere della
sera”
Simona Cigliana, www.retididedalus.it/Archivi/2009/ottobre/Luogo-Comune/5-bucarelli.html
Rachele Ferrario, Regina di quadri. Vita
e passioni di Palma Bucarelli, Mondadori, 2010
Laura Larcan, Un direttore di nome Palma
Bucarelli, la Guggenheim di Roma, “la Repubblica” del 26.06. 2009
Luca Pietro Nicoletti, Processo a un
critico italiano. Jean Fautrier alla
Biennale 1960, www.academia.edu/1473062/
wiki/Palma-Bucarelli
GNAM - Pagina su Palma Bucarelli
Bella, brava, intelligente, non mancava proprio nulla a Palma Bucarelli. E, come sempre, cara Rita, hai saputo tratteggiare un profilo biografico coinvolgente e interessante!
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