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Stemma dei Frangipane |
di Rita Frattolillo
(Mirabello
Sannitico – Campobasso 1761-1830), nobildonna illuminista
Mente politica e intuitiva, fiutò l’aria del tempo, attrezzando un
seguito club giacobino, ma è stata ricordata dai biografi solo per il suo presunto libertinaggio.
Non le furono risparmiati lutti e sventure, come
quella di assistere impotente alla morte
di due figli.
Sono in pochi a sapere che tra i suoi discendenti vi è
un intellettuale celebre, che ha segnato un’epoca, il filosofo Benedetto Croce.
Infatti la nipote Maria Luisa Frangipane sposò il
giudice abruzzese Benedetto Croce, nonno del filosofo. Il quale era molto
legato alla nonna molisana, e tornò più volte a Campobasso, anche per
documentarsi sul grande condottiero pre-rinascimentale Cola di Monforte,
oggetto dell’importante studio “Cola di Monforte conte di Campobasso”. A fargli da “cicerone” nel capoluogo
molisano, ad accompagnarlo fino al castello Monforte, Alfredo Trombetta,
professore di materie artistiche, nonché fotografo famoso e ispettore onorario
ai monumenti.
Ma procediamo
con ordine, sulla scorta dei documenti, specialmente lettere, che parlano di
lei.
In uno dei periodi più caldi della nostra Storia
nazionale, tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, nel Contado di Molise spicca una figura
femminile nota per la sua bellezza e la
sua cultura. Olimpia, questo il suo nome, era figlia di Giuseppe Frangipane,
duca di Mirabello Sannitico, paese del Molise distante pochi chilometri dal
capoluogo Campobasso, dove era nata il 13 luglio 1761.
Il 13 e non il 16, perché il maggiore storico
molisano, G. Masciotta, scambia erroneamente la data del battesimo con quella
di nascita, e scrive 16-7-1761 (cfr. Il
Molise dalle origini ai nostri giorni, volume IV, Il Circondario di
Larino, pp. 81-82).
Il casato dei Frangipane, di antiche origini romane,
aveva acquistato fama, ricchezza e feudi destreggiandosi tra papi, re e
imperatori. Districandosi tra le lotte che attanagliavano la città di Roma, la
famiglia, che traeva il proprio cognome dalla generosità con cui durante una
grave carestia un suo esponente dell’VIII sec. aveva sfamato la popolazione, si
era alleata con gli svevi, ma questo non aveva impedito a Giovanni Frangipane
di tradirli consegnando nelle mani di Carlo d’Angiò l’ultimo erede di Federico
II, il giovane Corradino, dopo la
battaglia di Tagliacozzo (1268). Naturalmente Carlo aveva lautamente
ricompensato Giovanni con altri feudi
nel napoletano.
Tradimenti e
alleanze, dunque, erano all’origine delle fortune della casata, una condotta
antica e consueta negli alti ceti, a cui non si sottrae nemmeno la giovane
Olimpia, che a venti anni sposa (24 febbraio 1781) il barone di Castelbottaccio - paese adagiato
sulle colline del medio Biferno - Francesco Cardone (1735-1810), più grande di
ben ventisei anni.
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Castelbottaccio |
Ben presto, la giovane, a differenza del marito, che non sembra cogliere lo
spirito dei tempi nuovi, si rende conto dell’aria che tira: siamo alla vigilia
dei bagliori della Rivoluzione francese, e le idee di rinnovamento, grazie
all’opera di giovani intellettuali che, avendo studiato a Napoli, erano venuti
a contatto con i grandi riformatori Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri e i
loro discepoli molisani Giuseppe Maria Galanti e Francesco Longano, avevano cominciato
ad attecchire nel Contado di Molise.
L’illuminismo
francese, infatti, aveva trovato terreno fertile anche al Centro e al Sud,
maturando alla luce delle peculiarità della nostra cultura. L’ideale di una
società rinnovata e libera dalle oppressioni feudali si era fatta strada nel
ceto intellettuale borghese e si andava diffondendo grazie ai cenacoli e ai
salotti sorti, sull’esempio francese, in tutto il Paese, da Milano a Palermo.
Salotti frequentati dagli artisti, poeti, scrittori e filosofi più famosi.
Qualche nome? Ugo Foscolo, Vittorio Alfieri, Giacomo Leopardi e il suo amico
Antonio Ranieri.
Tra i club
illuministi nati sulla scia di quelli francesi ha un ruolo significativo il cenacolo voluto dalla
baronessa Olimpia, a testimonianza del fervore intellettuale che si era creato
e dello scambio osmotico esistente tra provincia e centro di potere, tra la
periferia del regno borbonico e la capitale, Napoli.
Infatti, dopo aver svernato nel suo palazzo
napoletano, la baronessa tornava in paese con le novità, anche quelle
politiche.
E’ così che
adibisce a circolo un padiglione di caccia,
promuovendovi dibattiti e discussioni con matura responsabilità. Lì
Olimpia riunisce uomini d’azione e
intellettuali dell’area bifernina favorevoli a un mutamento di regime.
Certamente
attratti dalla bellezza fiorente della padrona di casa, ma anche e soprattutto
dalle idee di rinnovamento di cui lei si è fatta portabandiera.
A qualche
chilometro di distanza dal feudo della giovane nobildonna, un altro borgo, Civitacampomarano,
paese natale dei Cuoco e della famiglia Pepe, nomi che saranno legati alla rivoluzione
partenopea, era un noto centro culturale, mentre nella vicina Casacalenda si
trovava il gruppo più nutrito di intellettuali rivoluzionari molisani.
A Castelbottaccio, intanto, si moltiplicavano le
congetture sulla vera ragione che spingeva uomini come Vincenzo Cuoco, Marcello
Pepe, Vincenzo Ricciardi, Costantino Lemaître di Lupara, barone di
Guardialfiera (maestro di V. Cuoco), Domenico De Gennaro e Scipione Vincelli,
Andrea Valiante, Nicola Neri, ad affrontare i disagi di un viaggio fatto per lo
più a dorso di mulo e guadando il Biferno, pur di non perdere le riunioni della
baronessa. E sì, perché allora quel fiume
era ancora privo di ponti.
Ma se indubbiamente donna Olimpia esercitava un
fascino particolare sui suoi habitué, chi ne rimase colpito profondamente fu
Vincenzo Cuoco (1770-1823). E’ opinione ormai largamente condivisa dagli
studiosi, infatti, che egli, nella sua opera Platone in Italia (Milano, 1806), abbia voluto immortalare, nella
figura di Mnesilla, la donna che lo aveva soggiogato.
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Vincenzo Cuoco |
Ma già prima della pubblicazione del Platone in Italia, una lettera del
giovane molisano esiliato nella Savoia testimonia i tempi felici delle colte
dispute con la baronessa e rivela la natura della profonda ammirazione che lo
storico nutriva per lei:
«La natura non
le aveva negato nessuno di questi doni onde suol rendere care e pericolose le
sue simili, ed una bene istituita educazione non avea trascurato nessuno dei
beni della natura.[…]
«Conosceva il disegno, il ballo, la poesia, e
soprattutto le altre belle arti, amava e coltivava la musica, e le sue
osservazioni erano figlie delle arti sue. Con questa donna, dunque, io ragionai
quasi un mese sul piacere e sul bello. La disputa, incominciata un giorno, come
per caso, ad occasione della lettura di un libro, ci parve tanto importante che
risolvemmo di consacrarci due ore ogni giorno.[…] «Alle donne sembrava strano
come si passassero due ore senza parlar di mode, senza dir male, senza fare
all’amore.[…]
«Noi non facevamo all’amore;[…] Dunque parlavamo di
filosofia» (Scritti vari, a c. di F. Nicolini, N. Cortese, vol.
II, pp. 296-297).
Nell’opera filosofica Platone in Italia leggiamo:
«La sua immagine
era sempre presente a me, ma come l’immagine di una dea, che io temeva di
offendere con qualunque affetto il quale fosse altro che ammirazione» ( Platone
in Italia, Cappelli, vol. II, p. 59).
Il sentimento del Cuoco andava oltre la semplice
ammirazione, dal momento che, qualche rigo più avanti, egli si chiede: «L’anima
mia e quella di Mnesilla perché non potrebbero intendersi, amarsi, riunirsi per
sempre, compenetrarsi, formarne una sola?» (ibidem).
Probabilmente non sapremo mai se e fino a che punto i
sospiri dello storico abbiano trovato accoglienza presso la bella Olimpia,
anche se un segnale chiaro della situazione tra i due emerge quando egli
confessa:
«Ho sofferto molti giorni; ho tentato
raddolcir la pena di oggi colla speranza di domani; il domani è venuto, e la
mia pena è stata maggiore, maggiore la freddezza di lei […]. Pare che adesso
siasi per la prima volta accorta dell’amor mio; le sue vesti, tutt’i suoi atti,
tutte le sue parole sono composte e con maggiore severità: lo stesso sguardo,
altre volte tanto pietoso, è diventato più raccolto» (ibidem, p.117).
A scorrere le lettere che si scambiano i due
personaggi principali del Platone in
Italia, Cleobulo e Mnesilla, si intuisce un rapporto intenso ma non privo
di contrasti, in cui lui non perde occasione per manifestare affetto e
apprezzamento per la donna.
Disgraziatamente il fatto che la nobildonna fosse
tanto seducente ha condizionato
parecchio il giudizio di alcuni studiosi, che, abbagliati dalla sua fama
di ape regina e dal suo innegabile esibizionismo, l’hanno condannata all’oblio
della Storia.
Difficile credere, infatti, che il silenzio degli
studiosi sia dovuto solo alla breve durata del club, chiuso nel 1795.
Perché, anche se di vita breve, quel circolo ebbe una
risonanza particolare, essendo un unicum
nel Contado di Molise.
Comunque, il motivo della chiusura fu la visita di
Andrea Coppola.
Costui, che era il
duca di Canzano, noto esponente
dei giacobini napoletani nonché
sospettato di essere affiliato alla massoneria, aveva commesso il crimine di leggere e spiegare la
Costituzione francese nel circolo della baronessa. C’era stata una spiata, e le
conseguenze non si fecero aspettare.
Ma è opinione corrente che a sminuire agli occhi di certi i biografi
gli indubbi meriti della baronessa come
ispiratrice ed anima del club sia stata
la smania di vivere e la condotta spregiudicata di donna Olimpia, e una vita
privata poco raccomandabile quale esempio edificante per fanciulle.
A quell’epoca non era permesso di mettere in
discussione, nei fatti, l’immagine tradizionale di moglie e madre.
E la condotta della baronessa, donna energica e
spirito libero a cui non bastava occuparsi dei tredici figli, tra cui ben otto
femmine, si conciliava poco con i cliché dominanti.
Del resto, c’è poco da meravigliarsi, se, in ben altra
temperie culturale, lo stesso Napoleone Bonaparte nutriva sinceri sentimenti di
odio verso Madame de Stäel, che, per
essere una figura di spicco della scena politico-culturale, appariva ai suoi
occhi intrigante e presuntuosa.
Va detto, tra parentesi, che lei
ricambiava l’imperatore con la
stessa moneta.
Anche donna Olimpia - una de Stäel sannita formato Due
Sicilie - suscitava giudizi e sentimenti non precisamente benevoli tra i suoi
914 vassalli.
Ma, dal momento che la polizia borbonica teneva
d’occhio il circolo, esso non doveva essere
solo luogo di amabili conversari.
Così la pensa Giambattista Masciotta quando osserva che le adunanze del club
servivano «a tenersi al corrente delle
cose pubbliche, a trovarsi pronti al cimento al primo appello» (G.
Masciotta, Il Molise dalle origini ai
nostri giorni, vol. IV, cit., p. 81).
Egli, dunque, è del parere che la giovane Olimpia,
fiutando la gravità del momento, e temendo mutamenti troppo radicali, si
propone come illuminata interprete dei nuovi fermenti, assumendo un ruolo-guida
dei ceti sociali più aperti alle spinte di rinnovamento.
Del resto, una conferma della matrice squisitamente
politica delle adunanze tenute dalla nobildonna viene dall’ordine governativo
di soppressione del club, i cui aderenti, accusati di voler minare le basi
dello Stato, andarono ad affollare le carceri di Lucera assieme ai giacobini
della Capitanata.
Si parlò persino di “congiura molisana”, tanto che per
Di Gennaro e Vincelli venne chiesta dalla Suprema Giunta di Stato la pena di
morte, fortunatamente commutata in carcere.
Il duro intervento borbonico - a cui per una volta fu
estraneo il potente e odiato ammiraglio Acton, ministro di re “nasone”,
Ferdinando IV - suonò chiaro avvertimento per i tanti circoli giacobini
disseminati nel Reame di Napoli, e, quindi, per la baronessa.
La quale, comunque, uscì indenne dalla turbolenze di
quel periodo e continuò ad esercitare un ruolo di prestigio, oltre che
nell’ambiente molisano, a Napoli, dove aveva dimora, e dove ebbe ancora
contatti con i molisani scampati alla repressione.
A Napoli
ritrovò tra gli altri Vincenzo Cuoco rientrato dall’esilio.
Per avere un’idea di quanto fossero in vista gli
artefici della rivoluzione partenopea, basti pensare, ad esempio, che Eleonora
Fonseca Pimentel era apprezzata da
Metastasio e Voltaire, e che, prima di sposare la causa rivoluzionaria e
di fondarne l’organo di stampa, il “
Monitore Napoletano”, era stata bibliotecaria della regina Maria Carolina.
Vincenzo Cuoco,
noto uomo di legge nella capitale del regno,
fu il procuratore legale di Luisa Molina Sanfelice, quando costei si
trovò coinvolta (10 giugno 1796) nei dissesti finanziari dovuti agli sperperi
del marito Andrea (cfr. Maria Antonietta Macciocchi in L’amante della
rivoluzione, p. 27 e sg).
Dopo il
fallimento della Rivoluzione napoletana
egli si esiliò in Francia, dove scrisse il Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del 1799.
Rientrato in
Italia, con l’avvento dei napoleonidi a Napoli occupò la carica di Consigliere
del Magistrato di cassazione e poi ebbe la nomina di Consigliere di Stato.
Nel 1815 il
ritorno dei Borboni gli provocò uno sconvolgimento che sfociò nella malattia
mentale da cui non si risollevò più. Morì a Napoli di setticemia, dopo una
caduta che gli aveva causato la frattura di un femore.
Dalla corrispondenza di Cuoco apprendiamo che lui e
Olimpia si intrattenevano in lunghe
passeggiate «sulle deliziose colline di
Posillipo e Mergellina» ( Scritti
vari, a c. di F. Nicolini, N. Cortese, p. 183).
Il carteggio di Olimpia, dei Cuoco (diventati parenti
dopo il matrimonio di Matilde Cardone con Michele Cuoco, fratello di
Vincenzo), e soprattutto l’epistolario
del generale Gabriele Pepe svelano certi lati della controversa personalità
della donna.
Infatti il fitto carteggio del generale
(l’intellettuale soldato famoso soprattutto per la disputa con il
poeta-politico francese Lamartine) contiene molto più dei suoi ossequi alla
baronessa, omaggi che non dimentica di porgere neanche dal carcere o
dall’esilio.
A lei, per «le sue conoscenze in Napoli» ricorre in
più di un’occasione, come quando si tratta di ottenere la promozione a
capo-battaglione dell’esercito (ottenuta nell’aprile 1813, grazie anche
all’interessamento di Vincenzo Cuoco), o come quando occorre decidere sugli
studi del suo nipote preferito,
Marcelluccio.
Ancora, in una lettera del 9 settembre 1813
indirizzata al fratello Carlo (G. Pepe, Epistolario,
a c. di P. A. De Lisio, p.73), il generale Pepe, solitamente poco incline ai
pettegolezzi, allude esplicitamente a «rapporti
carnali» della baronessa con un cugino del marito, il conte di San
Biase, Francesco de Blasiis.
Non intacca
minimamente il duro giudizio del generale la constatazione che donna Olimpia
era vedova già da tre anni ( il marito era morto a Napoli per una crisi
apoplettica, nel 1810), e che, a 43 anni, nel pieno delle sue energie, aveva
poca voglia di scendere di sella.
Forse anche il generale Gabriele Pepe si era lasciato
contagiare dalla fama di ape regina della baronessa… Oppure non gli era
sfuggita l’ostentazione di superiorità culturale di donna Olimpia nei confronti
del vecchio marito, e quel garbo così poco spontaneo magari serviva solo a
coprire le voci insistenti sul suo comportamento di moglie poco devota.
Probabilmente è proprio per quei «rapporti carnali» che, nel 1816, in una lettera al fratello
Raffaele, egli la definisce «empia
incestuosa donna» (Epistolario,
cit., p. 81).
In realtà l’insieme delle lettere delinea una dama di
cuori ma anche di denaro, una donna concreta, pronta a proteggere i figli.
Cerca in tutti i modi di impedire - inutilmente - le
seconde nozze della figlia Carmela con il fratello minore dei Pepe, Carlo, da lei
considerato senza qualità e senza sostanze per poter mantenere la ragazza negli
agi a cui era abituata.
L’affaire dei gioielli, poi, mette in luce una donna
attenta a gestire il proprio patrimonio.
Per estinguere un debito di famiglia bisognava vendere
i gioielli che Carmela aveva portato in dote, e che erano ancora in possesso
della madre.
La quale, pur di non perderli, non esitò ad irretire
il succube genero Carlo Pepe e a seminare zizzania tra i due fratelli.
Pure, a questa donna forte non furono risparmiate le
sventure. Vide morire due figli, Carmela, il 24 maggio del 1817, e don
Giuseppe, sacerdote, nel 1825.
Durante la grave infermità del giovane, nella lettera
del 5 novembre 1825 al fratello Raffaele, il generale Pepe, mosso da pietà, di
Olimpia scrive: «E’ la vera Madre de’
Dolori» (Ibidem, p. 208).
Non dimenticò gli amici: fu vicina a Vincenzo Cuoco
durante la terribile malattia che lo minò completamente, fino alla fine.
Donna Olimpia Frangipane Cardone passò gli ultimi giorni senza
affetti, senza più amici, senza gli agi di un tempo, e morì a Napoli all’età di
69 anni, nel 1830, portando nella tomba i segreti di un’esistenza irrequieta e
densa di eventi oscurata ancora oggi da lunghe ombre.
Rita Frattolillo©2016 Tutti i diritti riservati
Bibliografia:
Cuoco Vincenzo, Platone
in Italia, Cappelli, Bologna, 1932
Di Stefano Lino, Il
cenacolo della baronessa Frangipane, Ed. Eva, Venafro, 2003
De Lisio P. Alberto (a c. di), Gabriele Pepe, Epistolario, SEI, Napoli, 1980
Frattolillo R.-Bertolini B., Il tempo sospeso Donne nella storia del Molise, Filopoli,
Campobasso, 2007
Macciocchi M. Antonietta, L’amante della rivoluzione, Mondadori, 1998
Masciotta G., Il
Molise dalle origini ai nostri giorni, volume IV, Il Circondario di Larino,
E. Di Mauro, Cava dei Tirreni, 1952, ristampa Lampo, Campobasso, 1985
Nicolini F., N.
Cortese (a c. di), Scritti vari,
Laterza, Bari, 1924
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RispondiEliminaVitangelo Morea di Putignano Bari, che sposa la figlia Carolina Cardone, studia all'Università di Pavia Lingue viventi e morte accompagnate a Filosofia e Materie Mediche ove per quest'ultime ne riportò Diploma il 1 Luglio 1805. Frequentò il salotto del Barone Francesco di Castelbottaccio e di Olimpia Frangipane, ove conobbe la sua futura sposa Carolina.
RispondiEliminaGradirei, se possibile, altri dettagli su Vitangelo Morea e Carolina Cardone.
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RispondiEliminaQuindi un genero di Olimpia, questo sig Vitangelo di Putignano. Grazie, Cartesio
La famiglia Pepe a Castelbottaccio è stata molto numerosa fino agli anni 80; è possibile che essa discenda da Gabriele Pepe?
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