di Nicoletta Barbarito
(Cambridgeport Massachusetts (USA)
1810 – Fire Island (New York) 1850), giornalista,
critica letteraria, saggista, femminista: in Italia visse a Roma, Firenze e
Rieti
A Roma, sulla facciata di una casa al n.60 di Piazza
Barberini, all’angolo di Via Sistina, una lapide ricorda il soggiorno, della scrittrice americana
Margaret Fuller nel 1848. In una lettera
del 16/11/1848, Margaret informava la madre che quell’alloggio dal quale «vedo
il Palazzo Barberini e quello del Papa» (cioè il palazzo del Quirinale) la soddisfa pienamente. Dalla finestra, il 16 novembre 1848, fu testimone oculare dell’ attacco al palazzo
del Quirinale che spinse il Papa ad abbandonare Roma e segnò l’inizio della
Repubblica Romana.
Quell’
alloggio – ne ebbe tre a Roma ̶ consisteva in un’unica
ampia e luminosa stanza al terzo piano, riscaldata da un camino. L’affitto
era ragionevole, i padroni di casa
amabili. All’epoca
Piazza Barberini costeggiava campi, via Sistina si chiamava via Felice, e Roma
contava 200.000 abitanti.
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casa romana |
Chi era
Margaret Fuller e perché deve essere ricordata?
Margaret arrivò in Italia nel 1847 dopo un periodo
trascorso fra Londra e Parigi, e vi restò 38 mesi in qualità di corrispondente
del New York Tribune. Fu il più intenso
e importante della sua vita.
Nata nel 1810
a Cambridgeport, nello stato del Massachussets, Margaret era stata educata
rigorosamente dal padre avvocato poi uomo politico, “come un maschio”: a 3
anni, enfant prodige, sapeva leggere, a 6 cominciò a studiare il latino. In
seguito imparò il tedesco, il francese e l’italiano. Fu l’unica donna ad essere
ammessa a frequentare la biblioteca di Harvard
̶ in America
allora non esistevano “colleges”
femminili. Fu insegnante e poi animatrice, per cinque anni, a Boston, di
seminari culturali di alto livello per signore (detti “Conversations”) che
riscossero notevole successo.
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casa paterna a Cambridge |
Frequentò gli
intellettuali “trascendentalisti” che si riunivano nella cittadina di Concord,
e divenne amica e collaboratrice del
fondatore di quel rinomato cenacolo, Ralph Waldo Emerson. Nel 1844 si trasferì
a New York essendo stata assunta come critica letteraria al giornale New York
Tribune.
Fu paladina
dei diritti delle donne e dei nativi americani, e si espresse arditamente
contro la schiavitù, a favore dell’uguaglianza e del progresso. Il suo libro
del 1845, Woman in the nineteenth century,
resta un classico del pensiero femminista.
Bruna, non
bella, miope, oltremodo sicura di sé,
ambiziosa, si riconosceva come
una donna speciale: «I felt I wasn’t born to the common womanly lot». Due
celebri intellettuali che la conobbero, Edgar Allan Poe e Thomas Carlyle, ne dettero giudizi lapidari, rispettivamente
“Humanity is divided into men, women and Margaret Fuller”; “colossal ego”.
Dell’Italia
l’appassionarono l’arte, la letteratura, la politica, l’amore, le amicizie, il
suo lavoro di inviata, la guerra e la sconfitta dei patrioti con il crollo
delle speranze. Parlava e scriveva in italiano senza difficoltà, in alcune
lettere firmandosi “Margherita”. Per il suo vivo interesse ai fatti e alle
persone locali Margaret si sentiva diversa dai suoi connazionali residenti in
Italia. Così scrisse da Firenze nell’autunno 1847 all’amico Lewis Cass, diplomatico
americano a Roma: «soffro più che mai di quanto è tipicamente
americano o inglese da quando conosco ed
ho legami di affetto con la mentalità europea» e «sono dispiaciuta di dire che una gran parte
dei miei connazionali assume qui lo
stesso punto di vista infingardo e prevenuto degli inglesi e dopo un soggiorno
di molti anni in Italia rivela l’ignoranza assoluta della letteratura e della
vita italiana.»
Il 1848 fu
l’anno dei moti rivoluzionari in Europa. Margaret appoggiò con entusiasmo la
causa dei patrioti italiani, fu testimone di “these sad and glorious days”
della Repubblica Roman - 9 febbraio - 2
luglio 1849 - e spedì oltre oceano, in
aggiunta ad una fitta corrispondenza personale,
37 lunghi dispacci nei quali fatti storici, ritratti di patrioti e
analisi politica erano intramezzati da notazioni personali, e venivano
pubblicati senza firma nè data.
Margaret fu
grande ammiratrice e sostenitrice di Giuseppe Mazzini che aveva conosciuto a
Londra; in una lettera ai suoi lo definisce “divino”. Mazzini ne contraccambiava la stima e le fece
visita nell’alloggio di piazza Barberini.
Fu grazie a Margaret che Mazzini riuscì ad ottenere un passaporto che
gli permise di uscire dallo Stato Pontificio dopo la sconfitta delle Camicie
Rosse di Garibaldi e la caduta della Repubblica Romana il 2 luglio 1849.
Margaret
aveva stretto amicizia anche con le patriote liberali Costanza Visconti
Arconati e Cristina Trivulzio di Belgioioso.
Quest’ultima, nominata da Mazzini direttrice dei 14 ospedali
(“ambulanze”) funzionanti durante l’assedio di Roma, volle Margaret al suo
fianco in veste di infermiera.
Casualmente,
durante una visita a San Pietro, Margaret conobbe il sergente della Guardia
Civica Giovanni Angelo Ossoli, di 10 anni più giovane. Le foto conservate nella
biblioteca di Harvard lo raffigurano aitante, con occhi neri tristi, capelli
lunghi, baffi spioventi. Di famiglia nobile ma ormai squattrinata, Giovanni era
l’ultimo di otto figli e l’unico di idee liberali. Non parlava inglese, aveva avuto scarsa
istruzione – lo rivelano le sue
sgrammaticate lettere a Margaret. in una lettera del 1850, il poeta inglese Robert Browning notava:
«Ossoli era una creatura quieta, gentile e melanconica, profondamente
affezionato alla moglie e al bambino, con una fede semplice e commovente nella
superiorità di lei.»
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Il marito, Giovanni Ossoli |
Fu amore a
prima vista – che si fossero sposati è
incerto in quanto non esistono documenti - e Margaret, rimasta incinta, preferì
lasciare Roma e chiudersi in volontaria reclusione a Rieti. All’epoca Rieti era una sonnolenta cittadina
dell’Abruzzo e distava da Roma ben 10 ore in vettura. Margaret vi si trovò bene
pur trovandosi molto isolata. Giovanni era l’unico a mandarle notizie da Roma.
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la casa di Rieti |
Continuò
comunque a scrivere, ma i dispacci a New York s’interruppero e così anche i
compensi. Le ristrettezze costringevano
spesso Margaret a chiedere aiuto ai suoi in America, il più delle volte senza
alcun risultato.
A Rieti Il
5/9/1848 nacque Angelo Eugenio, soprannominato Angelino. Non essendo in grado di allattarlo, Margaret
lo affidò a una balia e fece ritorno a Roma dove visse da sola lavorando al
libro History of the late revolutionary movement in Italy, che poi andò
perduto. Con Giovanni e Angelino, si
trasferì infine a Firenze con l’intenzione di ritornare negli Stati Uniti
appena possibile.
Il 17/5/1850,
ottenuto tramite conoscenze un passaporto americano per Giovanni, i tre
s’imbarcarono a Livorno su un veliero mercantile diretto a New York con un
carico di marmo di Carrara. Fin dall’inizio la traversata fu drammatica. Prima
un’epidemia di vaiolo a bordo e la morte del capitano, poi una terribile
tempesta: la nave s’incagliò su banchi di sabbia e andò a schiantarsi sugli
scogli di Fire Island, davanti a New York.
Margaret, Giovanni e Angelino persero la vita. Solo il corpo del bambino
fu ritrovato.
Sull’iscrizione del cenotafio sotto il quale sono
sepolti i resti di Angelino, nel
cimitero monumentale di Mount Auburn a Cambridge, Massachussetts. Margaret è così ricordata:
By birth a child of New England
By adoption a citizen of Rome
By genius belonging to the world.
Nicoletta Barbarito©2015 Tutti i diritti riservati
Note e Bibliografia:
Joseph J. Deiss, The
Roman years of Margaret Fuller, New York 1969
Emma Detti, Margaret
Fuller e i suoi corrispondenti, Firenze 1942
Megan Marshall. Margaret Fuller. A new American life, New
York 2014
Larry J.Reynolds & Susan Belasco Smith, These sad and glorious days. Dispatches from Europe 1846-1850, New
Haven & London 1991
Rosella Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un’americana a
Roma, Pordenone 1986.
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