di Rita Frattolillo
(Bologna 24.08.1552 – Roma
11.08.1614), pittrice
E’ necessario scorrere molte biografie
di donne artiste – italiane o straniere, del presente o del passato - prima di
scovarne una che, come Lavinia Fontana,
abbia ricevuto riconoscimenti e onori quando era ancora viva.
Oltre al suo
indiscutibile talento, Lavinia ebbe dalla sua parte una congiuntura particolarmente favorevole: essere figlia
d’arte, e bolognese come lo era Ugo Buoncompagni, che sarà eletto papa con il
nome di Gregorio XIII.
Figlia di Antonia dé Bernardis e del pittore manierista
Prospero, la piccola Lavinia si trova,
come altri figli d’arte, a seguire una strada già segnata, essendo cresciuta
nella bottega del padre. Lì si forma, venendo presto in contatto con
committenti illustri e con gli artisti che frequentano la bottega.
Papà Prospero, che aveva lavorato con Giorgio Vasari a
Palazzo Vecchio a Firenze, non tardò molto a comprendere l’inclinazione della
figlia, che armeggiava con pennelli e colori con gran naturalezza. Sarà lui il
suo primo maestro, e poi si prodigherà nelle vesti di manager per trarre il
massimo profitto dal talento della figlia. Persino quando Lavinia andrà sposa,
farà in modo di tenerla, con la numerosa prole, accanto a sé : era lei la
principale fonte di sostentamento per tutta la famiglia.
La ragazza crebbe
“timorata di Dio”, abituata a rispettare le norme morali e sociali dettate
dalla propaganda tridentina; ma questo non le impedì di fare tesoro delle
esperienze pittoriche di quegli anni, da quelle emiliane (il Parmigianino) a
quelle venete (il Tintoretto, il
Veronese), lombarde (Sofonisba Anguissola) e toscane.
Conobbe il clan dei Carracci (Ludovico, Agostino, Annibale),
di poco più giovani di lei, e il loro stile non mancò di influenzare la sua
maniera di dipingere.
Il primo lavoro di cui si ha notizia cronologica risale al
1576, ed è a soggetto religioso: “Cristo
con i simboli della Passione”; si tratta di un’opera conservata al Museum of
art di El Paso (Texas).
Il primo autoritratto, dell’anno successivo (custodito all’Accademia di San Luca, Roma), è legato alle nozze di Lavinia con un altro
pittore, Giovan Paolo Zappi, figlio di Saverio, ricco mercante di Imola.
Il quadretto, rimasto
a lungo nella casa del suocero, è un documento molto importante in quanto
l’immagine pittorica della ragazza ripropone con chiarezza il topos della donna
artista, e ci fa comprendere la coscienza di sé che animava un’artista
dell’epoca.
Con quell’autoritratto Lavinia compie un’operazione di
grande sottigliezza, perché, senza
discostarsi troppo dal “modello” incentrato sul mito delle artiste antiche che
aveva inventato Sofonisba Anguissola
(Cremona,1535-Palermo,1625), figura di primo piano delle corti
rinascimentali essendo artista completa
(pittrice, letterata e musicista), lei trova la maniera di esaltare le sue
smaglianti prerogative di donna virtuosa, bene educata e di onorato stato
sociale.
Ma perché, in quel periodo storico, era tanto importante
“trasmettere” in qualunque occasione le virtù etiche femminili, la buona
condotta morale e sociale? E qui è necessario fare almeno un accenno per capire
il contesto in cui si viveva e si operava.
Era il 1524 quando san Gaetano di Thiene e il futuro papa Paolo IV, Gian Pietro Carafa
vescovo di Chieti (Teate in latino),
diedero vita a un nuovo Ordine, quello dei Teatini, allo scopo di
rispondere all’esigenza di rinnovamento
che il mondo cattolico avvertiva già prima che fosse indetto il Concilio
di Trento.
Alla metà del 1550 si era verificato un vero terremoto nella
Chiesa, generato dalla Riforma protestante.
La risposta del papa
di Roma alle dottrine di Calvino e di Lutero fu la Controriforma.
Il Concilio di Trento, indetto per conciliare le varie
posizioni e soddisfare il bisogno di rinnovamento e purificazione del clero che
il popolo percepiva, di fatto finì col ribadire solennemente il tradizionale
ordinamento gerarchico della Chiesa, culminando nella indiscussa ed assoluta
autorità del pontefice.
La vastità del piano di rinnovamento strutturale concepito a
Trento fece sì che l’opera riformatrice richiedesse un secolo e più.
La punta di
diamante espressione di questo attivismo
riformatore fu la Compagnia di Gesù, che operò di qua e di là dell’Europa.
Tuttavia la restaurazione messa in atto, se da una parte fu
repressiva - sfociando nel temibile
Tribunale dell’Inquisizione - dall’altra
risvegliò le energie del mondo cattolico impegnandolo a fondo nella difesa
della fede della Chiesa.
Tale era il clima che si respirava all’epoca, quindi era
necessario dimostrare rispetto assoluto
verso le norme morali generate dagli Atti del Concilio.
E Prospero Fontana sapeva bene che per evitare le maldicenze
e i pettegolezzi su quella figlia che andava lavorando come un uomo per tanti
committenti diversi, c’era bisogno di un marito che le avrebbe dato l’onorevole
stato di donna sposata. Giovan Paolo fu scelto soprattutto come strumento
valido per aiutare la carriera della futura moglie, la cui capacità di guadagno
– d’altronde ̶ aveva fatto gola anche alla famiglia di lui.
Amabile quanto determinata e piena di energie quasi
sovrumane, se si considera che partorì ben undici figli, Lavinia, con la sua
esistenza, dimostrò di aver costruito un legame familiare stabile, sfatando
così lo stereotipo dell’artista “maledetto”, specie se donna.
Gestì tranquillamente carriera, famiglia e arte, anzi pare
proprio che dovesse mantenere anche il marito, il quale come pittore aveva
scarso talento; insomma Lavinia dovette rimboccarsi le maniche per mantenere la
famiglia sempre più numerosa. Al marito pittore affidò il compito di rifinire i
lussuosi abiti indossati dalle persone che lei ritraeva, aggiungendo i pizzi, i
bottoni, o i gioielli. Un “aiuto”
talmente risaputo nell’ambiente, che quasi un secolo dopo ce n’era
ancora memoria, al punto che un noto
biografo degli artisti bolognesi, Carlo
Cesare Malvasia, apostrofava così il buon Giovan Paolo nel suo volume Felsina
Pittrice (1678):
«[…] si contentasse almeno di fare il sartore, già che il
cielo non lo voleva pittore.»
Lui in effetti fungeva da intermediario, da notaio,
stipulava i contratti della moglie, seguiva le consegne, e così via.
Ben presto si sparge
la voce della bravura di Lavinia come ritrattista; per l’accuratezza dei
particolari nell’abbigliamento e nell’acconciatura, per il tratto sicuro e i
colori morbidi, è preferita specialmente dalle gentildonne, prima tra tutte Costanza Sforza Boncompagni,
parente di papa Gregorio XIII. Le dame si mettono in fila per farle dipingere
anzitutto i ritratti dei loro bimbi, ma poi anch’esse, i loro mariti, tutta la
nobiltà gareggia per ottenere un ritratto di sua mano.
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Ritratto di Bianca degi Utili Maselli e dei suoi figli |
Famosi, in
particolare, sono il ritratto dello storico Carlo Sigonio, del cosiddetto
senatore Orsini, di Alfonso Lorenzo Strozzi (1579), nei quali la pittrice sperimenta le soluzioni adottate da un altro
pittore, di lei più anziano, Bartolomeo Passerotti, per i gesti e le pose nello
spazio.
Se Lavinia si distingue soprattutto nella ritrattistica,
non si fossilizza certo in quel genere, per cui, spinta da interessi pittorici
diversificati, si cimenta anche con i soggetti mitologici e biblici (“Giuditta
e Oloferne”, “Salomone e la Regina di Saba”), spaziando con grande disinvoltura
da un genere all’altro, e assorbendo come una spugna il meglio delle tendenze
artistiche del momento.
Poco dopo di lei, brilleranno gli astri di Artemisia
Gentileschi nella Roma papalina, di Isabella Sirani, bolognese come Lavinia e
considerata sua erede artistica, e della palermitana Rosalia Novelli:
il Cinque-Seicento
sembra un periodo di felice creatività e di larghi riconoscimenti per le donne versate nelle
arti, mentre nella realtà queste personalità hanno saputo cogliere tutte le
poche occasioni che potevano avere per farsi valere, ottenendo – va detto ̶ risultati eccezionali.
In più, Lavinia si
circondò di un’aura leggendaria in quanto donna “pittora”, riuscendo ad
allontanare da sé il sospetto di dover lavorare per necessità, e di essere una che invece dipingeva solo per
inclinazione: una vera strategia di marketing messa in atto da lei e dalla sua cerchia, come testimonia
la lettera inviata dal frate bolognese Tommaso Barbieri alla duchessa Bianca
Maria Cappello, seconda moglie di Francesco I dé Medici.
In quella lettera è
espresso il concetto della donna artista, come lo era Sofonisba Anguissola.
Sta di fatto che Lavinia si guadagnò una fama straordinaria,
e fu anche molto corteggiata; tra i suoi spasimanti ebbe nientemeno che l’ambasciatore
di Persia.
Per la sua amabilità fu richiesta spesso come madrina dalle
gentildonne bolognesi e poi, dopo il trasferimento a Roma, dalla nobiltà
romana.
Nel 1579 affronta il tema del paesaggio nel “S. Francesco
che riceve le stimmate”; questa tela rivela l’attenzione di Lavinia ai
fiamminghi per quanto riguarda l’ornato vegetale, mentre l’atmosfera misteriosa
rimanda ai versi di Torquato Tasso e alla sua “Gerusalemme liberata” a cui non era rimasta insensibile.
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San Francesco riceve le stimmate |
Grazie al suocero, che era un membro ascoltato del Consiglio
comunale di Imola, le viene commissionata nel 1584 la Pala d’altare “L’Assunta
di Ponte Santo”.
A tale proposito
merita di essere sottolineato che è
stata la prima donna, nell’Europa cattolica, ad affrontare la Pala
d’altare.
Va aggiunto, per la precisione, che non era l’unica
pittrice, in quel periodo, ad avere committenze per temi sacri, e infatti nel
bergamasco un’altra figlia d’arte, Chiara Salmeggia, figlia di Enea, dipingeva per le chiese della zona Madonne e sante, ma certamente realizzare una
Pala d’altare richiedeva un impegno e un’abilità particolari, e Lavinia si
sentiva forte anche perché poteva contare sull’aiuto paterno.
Ma come rappresentare l’Immacolata, di cui era stata
questione durante i lavori del Concilio di Trento?
Lavinia allora si
concentra sulle discussioni mariologiche in atto, consulta il “Discorso” di G.
Paleotti (1582) riguardante il modello
di “artefice cristiano” e riesce a proporre una delle prime iconografie di
Immacolata post-tridentina, conciliando il misticismo tardomichelangiolesco con
la grazia di Correggio e l’attenta descrizione delle “cose di natura”.
In Spagna, qualche anno dopo, lo stesso compito sarà affidato
al pittore sivigliano Esteban Murillo, che dipingerà numerose Madonne
Immacolate. Sarà questa effigie a diventare tanto popolare da essere tramandata
fino ad oggi sui comuni “santini”.
La fama di Lavinia intanto era giunta fino alla
Corte spagnola, se nel 1589 dal Monastero reale dell’Escorial (Madrid) le
arrivò la prestigiosa commessa di una “Sacra Famiglia”, opera nella quale la
pittrice non dimenticò di inserire i simboli religiosi cari ai gesuiti, Ordine
di fresca istituzione.
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Apparizione di Gesù alla Maddalena |
Seguirono altre Pale d’altare, che rivelano suggestioni
stilistiche vicine al Lombardo-Veneto e ai neo-correggeschi.
L’ultimo anno del secolo la vide impegnata al lavoro sulla
Pala “Visione di S. Giacinto”, un santo appena canonizzato, il cui culto era
fortemente sostenuto dai domenicani.
Già il bozzetto della Pala era stato lodato dal Giambologna,
artista molto ascoltato, e l’opera, una volta terminata, le aprì
definitivamente le porte di Roma, tanto che Lavinia vi si stabilì (1603).
Intanto, a Gregorio XIII, morto nel 1585, era successo il
papa Paolo V (Camillo Borghese), che da cardinale era stato ambasciatore papale
a Bologna, e aveva battezzato l’ultimo figlio di Lavinia.
Grazie anche alla
protezione del papa, fu tale il profluvio delle commesse, sia da parte della
nobiltà romana che delle rappresentanze diplomatiche, che Lavinia venne
soprannominata “Pittrice Pontificia”.
Suo figlio Prospero
ebbe il grande privilegio di essere nominato dal papa canonico della basilica
di S. Giovanni in Laterano.
Assieme alle committenze di rango (il re di Spagna Filippo
II, la corte papale, la nobiltà del tempo nonché il predicatore più influente del tempo, fra
Francesco Panigarola), si moltiplicavano
pure i riconoscimenti: è stata la prima donna ad essere eletta
all’Accademia di S. Luca, un vero record.
Nel 1611 venne persino coniata una medaglia celebrativa in
suo onore.
Lavoratrice
instancabile, Lavinia fu oberata di lavoro fino alla sua fine, realizzando
oltre una dozzina di Pale d’altare e un centinaio di opere. Di esse solo alcune
non si sono perdute e sono custodite nei maggiori musei soprattutto europei.
Il suo testamento
artistico, “Minerva in atto di
abbigliarsi” (Galleria Borghese, Roma),
eseguito per il potente cardinale e grande mecenate Scipione Borghese, è
del 1613.
Lavinia, che per
tutta la vita si era dedicata soprattutto alle opere sacre, chiude la sua
produzione pittorica con un dipinto “pagano” in cui alla dea della sapienza,
completamente nuda, presta le sue stesse sembianze, quasi proiezione nostalgica della giovinezza della
pittrice, ormai lontana.
L’anno successivo,
alla sua morte, Lavinia ricevette
l’ultimo, grande onore, quello di essere sepolta accanto al Pantheon, nella
chiesa di S. Maria sopra Minerva.
Lasciava un patrimonio immenso, tanto che il figlio Flaminio
si firmò per anni, dopo la morte della madre, con il cognome materno.
Rita Frattolillo©2016 Tutti i diritti riservati
Bibliografia:
Alberto Macchi, Carlo Dolci e il Cristo Ecce Homo, Colosseo Edit., Roma, 2000;
Elisabetta Morici, Una donna all’Accademia di San Luca: Lavinia
Fontana (articolo del 27.07.2012) su Arte
e Arti;
Vera Fortunati, voce “Lavinia
Fontana”, in Dizionario biografico degli
Italiani, vol. 48, 1997;
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