(Milano 16.02.1891 – Castropignano 26.10.1986),
pittrice
di Rita Frattolillo
L’uomo
smise di affastellare la paglia da ammucchiare nella grossa meta (covone) e si
appoggiò al forcone asciugandosi la
fronte imperlata di sudore col dorso della mano. Strinse gli occhi per guardare
il sole che saettava implacabile. La campagna intorno echeggiava delle voci dei
lavoranti, dei rumori dell’opera.
Poco lontano la signora milanese, che ormai era
diventata una presenza familiare per i braccianti di Duronia, stava da ore
ferma come una statua davanti al cavalletto a riprendere la scena degli spagliatori
armeggiando con colori e pennelli.
Una grande paglia fiorentina la riparava dal sole.
Quando, tempo prima, avevano visto la “forestiera”
aggirarsi per le vie del paese con quell’aria di città e quella strana gonna
tagliata come un pantalone i contadini
si erano scambiata un’occhiata interrogativa chiedendosi sorpresi: Ma chia è
cchessa? (ma chi è costei?).
Chéssa si ostinava ad apostrofare le capre che la
intralciavano Oh!Oh! zapetté!; ciò
nonostante si era guadagnata il loro rispetto da quando avevano visto che era
capace di “copiare”tale quale, sulla tela, i momenti delle loro faticose
giornate campestri.
La prima volta che, superando la loro naturale
ritrosia, si erano decisi ad avvicinarsi al cavalletto, erano rimasti proprio
ammirati:
sembrava una magara (fattucchiera), per come impastava
le vernici! Ma come faceva a dare forma
alle mucche alla trebbia con “semplici” macchie di colore? Erano così…vere, che
sembravano vive!
La prima volta che si era avvicinata per invitarli
a casa sua a vedere i quadri finiti, i
braccianti erano rimasti muti per la sorpresa, non se lo aspettavano e non
sapevano che dire, ma poi si erano fatti coraggio ed erano andati, in punta di
piedi e con il cappello in mano. Davanti ai dolci declivi del Basso Molise, agli
interni delle loro povere case contadine
che guardavano con occhi nuovi perché erano resi con tale immediatezza da far
venire la voglia di toccarli, erano rimasti a lungo in silenzio.
E poi non
mancavano le scene rurali, né i ritratti
delle giovani contadine dai grandi occhi scuri.
Davanti alle
figure femminili, si soffermavano più
volentieri perché riconoscevano quei
volti, e se ne ripetevano i nomi a bassa voce; ma non si facevano proprio
capaci : come aveva fatto, quella signora, a trasferire sulla tela
l’espressione degli occhi, il colore dei capelli, di Concettina, di Teresa?
Sia come sia, nel 1938 molti di quei dipinti sparirono
dalla loro vista e partirono, ben impacchettati, alla volta di Berlino, per
essere esposti alla Galleria Gurlitt e alla “Casa degli italiani”. Forse la
prima a sorprendersi dell’interesse del pubblico e della risonanza che ebbe
sulla stampa tedesca quella mostra fu
proprio Gilda.
Per comprenderne pienamente le ragioni, dobbiamo
riandare allo spirito del tempo, a quel
momento storico-culturale.
La pittura di Gilda rispondeva, consciamente o
involontariamente, ad una ispirazione nazional- popolare molto in voga che
celebrava la sacralità del lavoro della terra ed elevava la dignità della
condizione contadina.
La fusione dell’iconografia fascista con il realismo
socialista rendeva quell’arte gradita sia al pubblico che ai gerarchi del
regime.
E non sfuggiva, naturalmente, l’ evidente padronanza
tecnica e la sottile capacità di indagine psicologica dei soggetti rappresentati,
specialmente se erano femminili.
Gilda, che preferiva procedere per grosse pennellate,
quando si trattava di ritrarre donne molisane nel loro costume, indulgeva a un
descrittivismo quasi documentale che sfiorava la miniatura, tanto era precisa
la rappresentazione dei monili e dei merletti muliebri.
Eppure quella signora di ottima famiglia fino alla
soglia dei quarant’anni non aveva neanche lontanamente immaginato che avrebbe
calpestato la terra di Molise e che quel mondo arcaico sarebbe diventato fonte
di schietta ispirazione.
Proprio nulla lo lasciava prevedere, per come si era
orientata la sua esistenza.
Nata a Milano il 16 febbraio 1891, Gilda Pansiotti è
figlia di una signora colta, discendente dei nobili Gonzaga, che l’avvia presto
verso l’arte, e di un possidente terriero piemontese che le inculca l’amore per
la vita agreste. Un binomio davvero perfetto malgrado l’apparente dicotomia!
Ad appena
tredici anni entra all’Accademia di Brera, frequentandola con profitto e
formandosi alla scuola di Alciati e Mentessi.
Nel primo
decennio del Novecento, la città lombarda vedeva tramontare la scapigliatura a
vantaggio del futurismo.
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Gilda ritratta dal pittore Ambrogio Alciati |
Gilda, alla ricerca di un suo credo artistico, si
avvicina ad entrambi i movimenti, entrando in contatto con i maggiori esponenti
dell’ambiente.
Dopo l’esordio al Premio Canonica, nel 1913, ad appena
ventidue anni, Gilda è presa nel vortice delle esposizioni, partecipando sempre
e dovunque alle competizioni artistiche.
Conosce il triestino Glauco Cambon, raffinato uomo di
cultura e stimato ritrattista, e lo sposa. Con lui condivide l’esaltazione per
la pittura, che in questa fase del suo linguaggio artistico si avvicina all’ “Ultima Scapigliatura”.
A poco a poco, matura una concezione dell’arte come
autentica espressione individuale.
Il segno vigoroso, la sicurezza dell’impianto, i
colori squillanti dei suoi quadri incontrano sempre più il favore della
critica, e - segno inequivocabile di successo - importanti enti pubblici
cominciano ad acquistare le sue opere.
Al 1920 risale la prima apparizione alla Biennale di
Venezia. L’anno successivo nasce il figlio Glauco, e, poco dopo, la famiglia è allietata dalla
nascita di Gerardo.
In quegli anni, e fino al 1930, è la Brianza,
particolarmente l’atmosfera serena del lago di Pusiano, ad ispirare la
tavolozza dell’artista. Sulle sue tele compaiono quindi scene lacustri, nature
morte, fiori, ritratti, tra cui quello del figlioletto Glauco (1921-1988),
sensibile all’arte come la madre, e che più tardi sarà apprezzato critico
letterario e d’arte presso l’Università del Connecticut
Malgrado gli impegni familiari i due artisti riescono
a organizzare mostre a Venezia, Trieste, nel Trentino.
Seguono una parentesi a Roma e una in Ciociaria, prima
di rientrare a Milano; poi di nuovo in Brianza.
Appartengono a
questo periodo quadri notevoli come La Cenerentola e il Presepio, le mostre
milanesi alla Galleria “Pesaro” (1927 e 1936) e alla “Casa di artisti”(1932),
nonché i ritratti di famiglia.
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Ritratto di Giuseppe Bivio |
L’incessante e pregevole attività di Gilda non passa
inosservata a lungo.
Infatti
l’artista riceve la prestigiosa nomina di socia onoraria dell’Accademia di
Brera e un’ambita medag1ia d’oro.
Tutto sembra andare per il meglio, e la vita scorre su
binari sicuri verso un futuro denso di promesse, quando nel 1930, ad appena
trentanove anni, Gilda perde in poco tempo il marito ed entrambi i genitori.
Si ritrova
così, all’improvviso, senza più affetti, senza certezze.
Sola con i due figli da tirare su, Glauco e Gerardo.
I mesi passano lenti, in tetra solitudine.
A sollevarla dalla cupa tristezza che la invade, nella
sua esistenza si affaccia un giudice molisano.
E’ Tomasino D’Amico, nato a Duronia nel 1892.
Dopo aver svolto l’incarico di pretore, una volta
giunto a Milano, fonda, con grande determinazione, il Tribunale dei Minorenni.
Appassionato di poesia e d’arte, entra nei circoli più esclusivi della città,
divenendo presto protagonista della vita culturale meneghina. Collabora con
riviste e giornali, scrive poesie, pubblica libri sui personaggi più in vista
dell’epoca, tra cui Arturo Toscanini, Francesco Cilea, Ada Negri, Eleonora
Duse, padre Agostino Gemelli.
Raffinato
intenditore di musica lirica, rivolge i suoi interessi alla scoperta delle
affinità di linguaggio tra musica e pittura.
E’ proprio nel corso di una mostra che ha modo di
conoscere la pittrice.
Quando si rivedono, lei è vedova.
La grande affinità culturale li avvicina, tra i due
nasce qualcosa, decidono di sposarsi
(1932).
Tomasino si mostra lieto di assecondare Gilda, che
riprende a vivere, anche grazie all’energia che
attinge dalla sua arte:
“E’ l’energia dell’arte che mette questa donna in
grado di continuare a vivere”, ha
affermato il figlio dell’artista, Glauco.
Nei mesi estivi, quando Tomasino si può allontanare
dagli impegni milanesi, la coppia si trasferisce a Duronia.
Prima di allora, Gilda non aveva mai messo piede nel
Molise: per lei è amore a prima vista.
Incantata dalla bellezza selvaggia di una natura
incontaminata, conquistata dalla gente semplice e ospitale, lei fa suo quel
mondo rurale e primitivo.
Nel periodo della mietitura, la campagna diventa un
campo di lavoro, dove buoi, cavalli, trebbiatori e spagliatori sono i
protagonisti assoluti.
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la bella del Matese |
E’ quel mondo all’inizio così distante dal suo
che lei racconterà sulle sue tele con
adesione convinta e totale esternando pienamente la sua vera natura di
“scapigliata postimpressionista”.
La pittrice si alza presto, assiste alla “fatìa” dei
lavoranti, diventa loro amica, li dipinge in pieno sole.
Lo testimonia il figlio Glauco:
“E i contadini
che “posavano” per la pittrice senza posare l’avevano tra di loro, lavoratrice
tra lavoratori, s’erano abituati a quel cavalletto ramingo, a quella
gonna-pantalone della forestiera di Milano che aveva sposato Don Tomasino […].
Sento ancora in faccia il vento che scompigliava i capelli e setacciava il
grano inforcato nell’aria, e ancora soffia la paglia in cielo, immobile nel
quadro della trebbiatura – un’impressione delle più felici.”
Di tanto in tanto, la pittrice arricchisce la propria
conoscenza di ambienti e costumi viaggiando.
Dal soggiorno siciliano scaturiscono quadri di
straordinaria bellezza, tra cui le marine di Acireale e Acitrezza.
Qui, in occasione della mostra allestita dall’artista
nel Palazzo dei Pescatori, il pubblico, preso dall’entusiasmo, stacca i quadri
dalle pareti e li porta in processione
per le vie del paese.
Dopo la Sicilia, è la volta della Sardegna, delle
Venezie, della Liguria.
Con l’attività pittorica e i viaggi si intrecciano le
mostre: nel 1936 l’artista è a Firenze e a Monza, nel ’42 in Valtellina, nel ’45
a Como.
Intanto, il giudice D’Amico ricopre incarichi sempre
più importanti nella capitale, e così Gilda per diverso tempo vive a Roma con
lui.
Qui è di
particolare rilievo la mostra riepilogativa presentata, nel 1962, con oltre 60
dipinti, alla Galleria “San Marco”, con l’intervento di autorevoli nomi
dell’ambiente e grande risonanza sulla stampa.
Seguono, due anni dopo, le marine napoletane e la
mostra alla “Barcaccia” di Napoli (1964).
Ogni volta che la coppia rientra nel Molise, tra
Castropignano e Duronia, le famiglie più in vista fanno a gara per avere un
ritratto o un paesaggio dipinto dall’artista milanese.
L’amato Tomasino muore nel 1972, e da allora l’artista
alterna i soggiorni romani con quelli molisani.
Il suo amore per il Molise rimane intatto, e lei lo
esprime nelle sue tele, immortalando scorci e persone.
Dopo due vedovanze e altri lutti, ancora una volta
Gilda mostra di essere in grado di “vivere senza sopravviversi”, perché - ha
affermato Glauco – “ resta se stessa, continua per la sua vita, senza
domandarsi se abbia ancora un senso dipingere in un certo modo o in un altro, o
se abbia ancora un senso dipingere. Per lei dipingere è vivere. Disseminare
immagini in un mondo sempre meno propenso alla forma e al significato, tradurre
la vita in attimi durevoli, tenere gli occhi aperti sul mondo, fino
all’ultimo.”
La morte sopraggiunge a Castropignano il 26 ottobre
1986.
Le spoglie dell’artista, per suo espresso volere,
riposano a Duronia, accanto a quelle di Tomasino D’Amico, tra le alture da lei tante volte riprese in
un baluginio di colori con impetuosa, vibrante passione.
Sulla sua lapide sono incise queste parole:
“Sotto
tanto cielo,
tante stelle per
illuminarci di mistero”.
RitaFrattolillo©2016 tutti i diritti riservati.
Note e Bibliografia:
PERRELLA Alfonso, Effemeridi della Provincia del Molise (già Antico Sannio), s.l.,
s.d.
Pietro Cimatti, Gilda Pansiotti, Nocera ed., Campobasso 1973;
Lino Mastropaolo, Arti visive nel Molise 1920-1950, ed. Enne, Ferrazzano (Cb), 2000;
Giuseppe Jovine, Benedetti Molisani, ed. Enne, Campobasso 1996;
sito “Glauco Cambon Papers”,University of Connecticut;
Glauco Cambon, saggio L’artista che è mia madre, nel volume di
Pietro Cimatti, Gilda Pansiotti, cit;
Barbara Bertolini, Rita Frattolillo, Molisani milleuno profili e biografie,
ed. Enne, Campobasso,1998
Gilda Pansiotti Cambon d’Amico, Comune
di Duronia
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